Sono settimane difficili per i curdi del nord della Siria, dove è a rischio la tregua raggiunta con le autorità di Damasco, prorogata sabato per quindici giorni ma che entrambe le parti si accusano vicendevolmente di aver violato. Secondo l’ONG Osservatorio siriano dei diritti umani, sei civili sono morti in un attacco su Kobane lunedì, probabilmente opera di un drone turco (Ankara è nemica giurata dei curdi e sostiene il nuovo Governo siriano di Ahmed al-Sharaa, che ha rovesciato nel 2024 Bashar al Assad).
La sacca di Kobane, dove domenica è giunto un primo convoglio dell’ONU per portare aiuti umanitari, è accerchiata dalle forze governative che sono avanzate oltre l’Eufrate nelle scorse settimane ed è geograficamente separata dalla zona autonoma curda più a est. L’esperienza del cosiddetto Rojava, costituito ufficialmente nel 2016 e sul quale Damasco vuole riprendere la sovranità, sembra quindi prossima alla conclusione se non altro nella sua forma degli ultimi 10 anni. Un’integrazione dei curdi nelle istituzioni nazionali (quelle militari in particolare) era già stata concordata nei mesi scorsi, ma di fatto mai applicata. Damasco, che aveva promesso ai curdi maggiori diritti, ha ora fatto ricorso alla forza.
I curdi, che si calcola siano 35 milioni sparsi fra Turchia, Siria, Iraq e Iran, sono considerati il più grande popolo senza uno Stato, solo abbozzato nel Trattato di Sèvres del 1920 (mai entrato in vigore) ed escluso da quello di Losanna del 1923. In Siria costituiscono la principale minoranza e hanno contribuito con il sangue alla sconfitta dell’autoproclamato Stato islamico. Allora al fianco degli Stati Uniti, ma per la nuova amministrazione Trump - parole dell’inviato Tom Barrack - sono ormai serviti allo scopo. Washington li ha quindi di fatto abbandonati al loro destino, preferendo come partner al-Sharaa, estremista islamico sul quale in passato avevano messo una taglia e tramite il quale sperano in una normalizzazione fra la Siria (sotto Assad alleata dell’Iran) e Israele.
Nel frattempo una carovana di auto e bus è partita da vari Paesi europei alla volta di Kobane per riaccendere l’attenzione su questa parte di mondo. Un centinaio di persone hanno attraversato Francia, Germania, Svizzera, Italia, Austria, Serbia e in questo momento si trovano nel Nord della Macedonia. Martedì viaggeranno alla volta della Turchia e quindi, nei prossimi giorni, della Siria.

Una carovana diretta in Siria
Telegiornale 26.01.2026, 20:00
In diversi Paesi europei e anche in Svizzera - 1’000 persone sabato a Zurigo, ma in precedenza anche a Berna, Basilea, Lucerna e Sion - si sono tenute manifestazioni per la causa curda. Una di esse, giovedì ad Anversa, era stata teatro di un attacco con coltello che aveva causato diversi feriti. Lunedì la diaspora curda ha manifestato anche davanti alla sede della RSI.
Hanno chiesto la fine degli attacchi e del silenzio internazionale sulla questione, la pace e l’apertura di corridoi umanitari. Helin Ramadan, fra i manifestanti a Comano, ha raccontato della sorella e delle nipotine, “sempre tristi e chiuse in casa”, per la propria sicurezza. Ma al pericolo delle armi, si aggiunge l’emergenza umanitaria. “Mancano elettricità, cibo, cinque bambini sono morti di freddo”, racconta. “Abbiamo tutti contatti con i nostri amici e le nostre famiglie, ora sotto gli attacchi”, non solo dell’esercito siriano, ma anche di “membri dell’ISIS e dell’esercito turco”, ha aggiunto Nurullah Baltaci.

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Prima Ora 26.01.2026, 18:00









