Sono le prime ore del mattino. L’esercito siriano entra in alcune zone della provincia di Deir Ezzor, precedentemente controllata dalle forze curde.
In queste ore le truppe del presidente siriano hanno iniziato il dispiegamento in alcuni territori amministrati dai curdi, riprendendo il controllo del territorio, città dopo città, come a Tabqa, dove la statua di una combattente curda è stata abbattuta da alcuni residenti.
Si tratta di un passo frutto dell’accordo firmato ieri pomeriggio tra il presidente siriano e le forze curde. Il testo, in 14 punti, prevede fra l’altro la cessione di province a maggioranza araba, l’integrazione dei combattenti curdi delle Forze democratiche siriane nell’esercito ed il controllo dei campi di prigionia, dove sono rinchiusi migliaia di combattenti dello Stato Islamico con le loro famiglie. Ma anche il controllo dei pozzi di petrolio, dei varchi di confine e di alcune infrastrutture, come le dighe.
Concessioni importanti da parte dei curdi, indeboliti dagli scontri degli ultimi giorni. Da tempo infatti l’esercito siriano avanzava senza sosta, causando la fuga di centinaia di uomini, donne e bambini, spinti in altre parti del Paese per sfuggire agli scontri.
Fin dai primi mesi dopo la caduta di Bashar al-Assad oltre un anno fa, il nuovo Governo aveva avviato negoziati per reintegrare la comunità curda. Venerdì, in un apparente gesto di buona volontà, il presidente aveva concesso - tramite decreto - inediti diritti nazionali ai curdi, riconoscendo per esempio il curdo come lingua nazionale, che potrà essere insegnato nelle scuole delle regioni a maggioranza curda.

Cessate il fuoco in Siria
Telegiornale 19.01.2026, 20:00
“I leader curdi - spiega il giornalista esperto di questioni siriane Emanuele Valente al Telegiornale - in queste ore hanno detto che il conflitto iniziato ad Aleppo è stato imposto e che loro hanno fatto una scelta per evitare lo spargimento di sangue. Proprio nell’ultimo viaggio in Siria che abbiamo fatto a dicembre, diverse fonti mi hanno raccontato che in realtà le forze curde dal punto di vista militare sono ancora ben armate e strutturate. E per alcune fonti sono addirittura più forti del nuovo esercito di Damasco. Quindi quella di queste ore sembra anche una scelta politica. I curdi hanno capito che una nuova guerra nel Paese sarebbe deleteria. E questo non solo per il loro popolo, ma per tutta la Siria. E allo stesso tempo, anche se può sembrare una contraddizione, sanno di essere in una posizione più debole, perché nel Paese non c’è più il caos degli anni scorsi con la guerra civile. Sanno che l’alleanza con gli Stati Uniti non è più quella di prima, perché l’amministrazione Trump appoggia la nuova leadership di Damasco. E poi non hanno più i cugini del PKK in Turchia”.
“Sulla carta - prosegue Valente - questo passaggio dovrebbe rendere la Siria più stabile. Sappiamo però che dall’attacco del 7 ottobre del 2023 nella regione ed in tutto il Medio Oriente sono cambiate molte cose. Dunque sì, la Siria potrebbe essere più stabile, ma ci sono molti se. Se non riparte un conflitto armato, ma le notizie delle ultime ore non sono molto rassicuranti perché ci sono stati ancora diversi scontri attorno ad alcune prigioni dove ci sono gli ex militanti dell’IS, alcuni dei quali sarebbero scappati. Se, sul serio, le forze curde entreranno nelle forze armate regolari di Damasco, quindi sostanzialmente se ci sarà un disarmo”.
“Ieri - conclude Emanuele Valente - Ahmad al-Shara dopo la firma del cessate il fuoco e la firma dell’accordo in 14 punti ha detto che finalmente la Siria va verso un Paese unitario. Ma per quanto riguarda la convivenza delle diverse comunità che compongono la Siria i fatti nei mesi scorsi non sono stati molto positivi: c’è stato il massacro degli alawiti sulla costa mediterranea, le violenze contro i drusi nel sud verso Israele. Il test con i curdi è sicuramente quello più importante, quello che ci dirà se la Siria riuscirà ad andare verso uno stato unitario”.








