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In Siria un duro colpo contro l’autonomia curda

Le forze governative entrano a Qamishli dopo l’intesa sul cessate il fuoco e sul rientro graduale dello Stato nel nord-est. Washington ha favorito il patto che ridimensiona l’autogoverno - La testimonianza alla RSI di padre Ibrahim Alsabagh

  • 46 minuti fa
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Curdi in Siria, fine dei sogni di indipendenza

Telegiornale 03.02.2026, 20:00

Di: Telegiornale/ Reuters /sdr 

Dopo settimane di combattimenti, mesi di negoziati intermittenti e un lungo stallo politico, l’intesa tra il governo siriano e le forze curdo-guidate del nord-est sta passando dalle dichiarazioni all’attuazione sul terreno. Martedì, infatti, le forze di sicurezza del governo siriano sono entrate nella città nord-orientale di Qamishli. Sono arrivate senza sparare o combattere in base all’accordo firmato venerdì con le milizie curde che hanno sconfitto l’ISIS e che da anni controllano una parte consistente nel nord est della Siria.

Il cuore dell’accordo è una “integrazione graduale” con il ritorno progressivo delle istituzioni dello Stato in alcune città chiave e assorbimento, a tappe, di strutture di sicurezza e amministrazione locale finora legate all’autogoverno curdo. Secondo le ricostruzioni delle principali agenzie internazionali, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo determinante nel favorire l’intesa, ma il prezzo politico per i curdi appare alto, perché la traiettoria del patto porta verso la fine del progetto di autogoverno nel nord-est.

Dalla firma ai primi convogli: cosa è accaduto tra 30 gennaio e 3 febbraio

Il 30 gennaio 2026 arriva l’annuncio dell’intesa. Governo siriano e Syrian Democratic Forces (SDF) annunciano un accordo di cessate il fuoco e “integrazione progressiva” che viene presentato da Washington come un passaggio storico verso la ricomposizione della sovranità nazionale.

Il 2 febbraio c’è stato il primo ingresso “visibile” nelle città. Un contingente del ministero dell’Interno entra nella città di al-Hasakah per avviare l’implementazione dell’intesa. La logica descritta da fonti sul terreno è quella di riprendere funzioni civili e di sicurezza - per esempio uffici pubblici e snodi come l’aeroporto -, evitando però, almeno in questa fase, un dispiegamento militare massiccio nei quartieri a maggioranza curda.

Il 3 febbraio c’è l’arrivo delle forze di sicurezza governative a Qamishli e inizia l’avvio della “normalizzazione”. L’obiettivo è quello di posizionarsi su siti strategici come edifici statali e infrastrutture, incluso l’aeroporto. L’agenzia di stampa Reuters segnala su questo fronte tensioni e la necessità di trattative operative sul posto per gestire il passaggio di consegne.

Che cosa prevede l’accordo

L’accordo tra Damasco e le forze curdo-guidate del nord-est siriano, secondo le ricostruzioni delle principali agenzie, prevede anzitutto un cessate il fuoco. Include una riduzione della tensione lungo le linee di contatto e un riassetto di alcune postazioni, per evitare nuove escalation. In parallelo stabilisce il rientro graduale delle istituzioni statali nelle principali città e nei nodi strategici della regione. Questo passaggio avviene anche attraverso il dispiegamento di forze del ministero dell’Interno, chiamate a riprendere funzioni di sicurezza e amministrazione pubblica. L’intesa avvia inoltre un percorso di integrazione progressiva delle strutture di sicurezza locali e delle unità SDF dentro l’apparato statale. La riorganizzazione dovrebbe portare parte delle forze a confluire in unità riconducibili alle forze armate o agli organi di sicurezza centrali. Sul piano politico-amministrativo, infine, l’accordo punta all’assorbimento dell’amministrazione autonoma nel quadro istituzionale della Siria. Questo ridimensiona di fatto il perimetro dell’autogoverno curdo, pur richiamando la tutela di alcuni diritti civili e culturali.

Perché l’intesa è un colpo alle speranze di autonomia curda

Il punto politico, al di là dei tecnicismi, è che l’intesa non fotografa né consolida un modello “federale” o autonomista. Al contrario, disegna un percorso di riaccentramento del potere verso Damasco. Per anni l’amministrazione curdo-guidata nel nord-est ha retto su tre pilastri - sicurezza, capacità militare e istituzioni civili - e proprio su questi tre fronti l’accordo introduce un cambiamento strutturale. Se la sicurezza quotidiana e l’ordine pubblico passano, anche gradualmente, sotto l’ombrello del ministero dell’Interno, l’autogoverno perde la principale leva con cui ha garantito stabilità e fatto rispettare le proprie decisioni. Se poi le unità armate vengono progressivamente ricondotte dentro catene di comando statali - sotto forma di brigate o divisioni integrate - la forza di deterrenza non sparisce, ma cambia proprietario: non è più un potere autonomo che negozia da pari, bensì una componente incorporata in un’architettura nazionale. Infine, quando le strutture amministrative e i servizi civili vengono assorbiti nel perimetro dello Stato, l’autonomia smette di essere un sistema di governo e diventa, al massimo, un livello locale di gestione dentro regole decise altrove.

Per questo diversi commentatori parlano di “colpo” alle speranze di autonomia, non perché l’accordo cancelli dall’oggi al domani ogni specificità curda, ma perché sposta il baricentro. La partita si trasferisce dai meccanismi di autogoverno - con istituzioni proprie, bilanci, apparati di sicurezza e capacità decisionale - a un quadro in cui la legittimità e il comando tornano progressivamente al centro. Al tempo stesso, diverse fonti sottolineano che l’intesa non è presentata come una resa incondizionata: nel pacchetto compaiono tutele - in particolare culturali e scolastiche - e un perimetro di rappresentanza che dovrebbe rendere meno traumatico il passaggio e offrire alla comunità curda garanzie minime di continuità identitaria.

Per Damasco (e per Washington), questa è una mossa di ricomposizione territoriale e di stabilizzazione. Ma la fragilità sociale e securitaria dell’area fa sì che le prossime settimane siano decisive.

“Non si cambia una dittatura con un’altra dittatura”

A Bellinzona, di passaggio in Svizzera per portare la sua testimonianza, padre Ibrahim Alsabagh - siriano, 54 anni, per una decina d’anni parroco di Aleppo nel pieno della guerra e oggi frate della Custodia di Terra Santa - ai microfoni della RSI mette subito in chiaro il punto con una frase netta: “Non si cambia una dittatura per un’altra dittatura...”.

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Intervista a padre Ibrahim Alsabagh

Telegiornale 03.02.2026, 20:00

È l’avvio di una riflessione amara sulla Siria di oggi e sulle conseguenze di lungo periodo del nuovo equilibrio che si sta delineando. Alsabagh ricorda come, all’inizio, l’orizzonte fosse carico di aspettative. “C’era ad un primo momento tanta speranza di un cambiamento effettivo, rivela, così era la promessa dall’inizio di cambiare le condizioni, di migliorare le condizioni di vita per il popolo”. Poi, però, il tempo ha reso più complesso il bilancio: “A distanza di un anno vediamo che qualcosa si è mosso”, mantenendo il suo sguardo verso le minoranze.

È proprio sulle minoranze - che negli ultimi mesi hanno ricominciato a sperare almeno in maggiore libertà, se non in autonomia - che il sacerdote concentra una delle preoccupazioni più forti a causa della pressione jihadista che lascia margini sempre più stretti e alimenta un senso diffuso di incertezza. La fotografia che offre è quella di un sistema instabile e affollato di attori.  “C’è un grande scombussolamento. Non si sa esattamente dove stiamo andando - spiega alla RSI -, ma si capisce molto bene che ci sono tante mani nella stessa pentola”... Nel suo elenco scorrono potenze e Paesi della regione e non solo: Turchia, Russia, Stati Uniti, Cina, Egitto. E anche Israele, dove oggi vive come parroco di Nazareth, osservando un Medio Oriente che continua a bruciare su più fronti. È da lì che la sua testimonianza si allarga oltre la Siria, cucendo insieme sofferenze che, a suo dire, parlano la stessa lingua in Paesi diversi. “Noi che viviamo con la gente vediamo tanta sofferenza dell’uomo. Sofferenza nel Libano ma sofferenza in Israele, sofferenza a Gaza, sofferenza in Siria, sofferenza in Iraq. Sofferenza in Iran adesso, ma anche prima nei territori palestinesi.”

Da questa catena di crisi nasce, racconta, la frattura generazionale più dolorosa con giovani che non riescono più a immaginare il domani e dicono - recita - “ma io non vedo un futuro”. E subito dopo prova a nominare, senza retorica, il bisogno di tutti, ossia “vivere in modo umano la loro vita. Cercano la pace e questo è il sogno. Ma penso che non sia il sogno solo di un siriano o di un israeliano, di un palestinese, ma il sogno di tutti e di uomini.”

La domanda di chiusura suona come accusa e preghiera insieme e che, Alsabagh, lascia sospesa sul destino della regione e su quello, più universale, dell’essere umano. “E allora - conclude il religioso - perché non si arriva proprio a questa vita pacifica? Perché sempre l’umano deve pagare il prezzo di tante cose anche del male che nel cuore di ogni uomo?”.

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