Dopo due settimane di proteste antigovernative legate soprattutto a una difficile situazione economica e represse duramente dalle autorità - secondo l’ONG Iran Human Rights i morti sarebbero 648 - lunedì sono scesi in piazza a Teheran anche migliaia dii sostenitori della Repubblica islamica. In mezzo alla folla, secondo media locali, sarebbe stato presente anche il presidente del Paese, il moderato Masoud Pezeshkian.
Sul fronte diplomatico ha preso posizione anche la Svizzera, che in Iran rappresenta anche gli interessi degli Stati Uniti. Berna chiede alle autorità iraniane di porre fine alla violenza contro i manifestanti. Per il Dipartimento federale degli affari esteri vanno garantiti i diritti umani e le libertà fondamentali di tutti i dimostranti. Il mandato di potenza protettrice - secondo il DFAE - non impedisce alla Svizzera di esprimersi su questo tema.
Anche il Consiglio d’Europa, per bocca del suo segretario generale, lo svizzero Alain Berset, ha condannato la repressione. Berset ha convocato una riunione con gli ambasciatori degli Stati membri del Consiglio d’Europa confinanti con l’Iran - Turchia, Armenia e Azerbaigian - per discutere ulteriori misure. L’UE, invece, ha vietato l’accesso ai locali del Parlamento europeo a tutti i diplomatici iraniani.
L’Iran, intanto, ha affermato di aver aperto con il ministro degli esteri Abbas Araghchi un canale di comunicazione con l’emissario di Donald Trump, Steve Witkoff. La Casa Bianca nella notte aveva detto che Teheran era disposta a negoziare, minacciando nel contempo però anche il ricorso a mezzi militari.

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