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L’impatto della guerra in Medio Oriente sulla Cina

Dopo il Venezuela, Pechino rischia di perdere anche l’Iran, partner cruciale sul petrolio. La potenza asiatica condanna USA e Israele, ma prova a tutelare anche i rapporti coi Paesi del Golfo colpiti da Teheran

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Nel 2023 Pechino aveva favorito il riavvicinamento fra Iran e Arabia Saudita

Nel 2023 Pechino aveva favorito il riavvicinamento fra Iran e Arabia Saudita

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Di: Lorenzo Lamperti, Collaboratore RSI da Taipei

La Cina cerca di andare avanti come sempre, tutelando le riunioni dell’Assemblea Nazionale del Popolo, chiamata nei prossimi giorni ad approvare il nuovo piano quinquennale 2026-2030. Ma l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, e il successivo allargamento del conflitto in Medio Oriente, colpiscono da vicino gli interessi di Pechino.

La visione ufficiale, sostenuta dai media statali, è che i negoziati della scorsa settimana fossero solo “una copertura diplomatica” e che l’obiettivo della Casa Bianca sarebbe “sempre stato il cambio di regime”. Un problema per la Cina, che dopo la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela rischia ora di perdere un altro partner strategico. Rispetto a quanto accaduto a Caracas, ciò che sta avvenendo in Iran e nel Golfo Persico tocca interessi cinesi di un ordine di grandezza superiore.

L’Iran occupa una posizione rilevante nella strategia cinese per almeno tre ragioni. La prima è energetica. La Cina è il maggiore importatore mondiale di petrolio e oltre la metà delle sue importazioni proviene da Paesi che dipendono dallo Stretto di Hormuz. Teheran, nonostante le sanzioni occidentali, è diventata negli ultimi anni uno dei fornitori chiave di greggio per il mercato cinese, spesso attraverso canali indiretti e con sconti significativi. Secondo stime indipendenti, nel 2025 la Cina ha importato dall’Iran quasi un milione e mezzo di barili al giorno. Una quota che, insieme al petrolio venezuelano, ha rappresentato circa il 17% degli acquisti complessivi di greggio di Pechino. La possibilità di perdere prima Caracas e poi Teheran significa, per la leadership cinese, dover rimodulare l’architettura della propria sicurezza energetica.

La seconda ragione è geopolitica. L’Iran è uno snodo importante della Via della Seta, il grande progetto di connettività eurasiatica promosso da Xi Jinping. Nel 2020, Cina e Iran hanno firmato un accordo di cooperazione di 25 anni che prevede investimenti in infrastrutture, telecomunicazioni, energia e trasporti per centinaia di miliardi di dollari.

La terza dimensione è diplomatica. Nel marzo 2023, Pechino ha ospitato la firma per il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita. Quel momento ha rappresentato il punto più alto della proiezione diplomatica cinese nella regione, rafforzando l’immagine della Cina come potenza responsabile e alternativa al modello interventista statunitense. Oggi, però, l’escalation militare rischia di erodere quel capitale politico.

Pechino si trova ora costretta a un difficile equilibrismo: condannare esplicitamente gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ma mostrare anche solidarietà ai Paesi del Golfo colpiti dalle ritorsioni di Teheran. Il Golfo, infatti, è per la Cina altrettanto cruciale quanto l’Iran, se non di più. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq e Oman figurano stabilmente tra i principali fornitori di greggio di Pechino. Il Venezuela, pur importante, è geograficamente distante e meno integrato nelle catene logistiche cinesi. L’Iran e il Golfo, al contrario, sono inseriti in una rete di interdipendenze che coinvolge infrastrutture portuali, corridoi ferroviari, joint venture industriali e progetti tecnologici.

Nel 2025, la Cina ha aumentato gli acquisti del petrolio per rafforzare le scorte e tutelarsi di fronte a eventuali shock internazionali. Ma un’interruzione prolungata costringerebbe Pechino ad aumentare le importazioni dalla Russia, restringendo l’agognata diversificazione dei fornitori e riducendo il vantaggio accumulato nelle relazioni bilaterali con Mosca.

Dopo quanto accaduto in Venezuela e Iran, a Pechino si è diffusa la percezione che Donald Trump possa utilizzare la combinazione di pressione economica e forza militare per rimuovere governi ostili e colpire gli interessi cinesi, ribilanciando lo svantaggio negoziale accumulato tra terre rare e la recente sentenza della Corte suprema sui dazi. Con la morte di Ali Khamenei si discute apertamente del rischio che operazioni di “regime change” possano diventare una tattica ricorrente. Questo contribuisce ad alimentare il dibattito interno sulla necessità di rafforzare le capacità di deterrenza della Cina, a partire da un’accelerazione dell’ampliamento dell’arsenale nucleare.

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RG 07.00 del 02.03.2026 La corrispondenza di Lorenzo Lamperti

RSI Info 03.03.2026, 17:12

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