Nell’aprile 2017, nemmeno tre mesi dopo il suo primo insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump riceve Xi Jinping nella tenuta di Mar-a-Lago. Nonostante l’approccio ostile del tycoon a Pechino, il presidente cinese cerca subito di capire come andare d’accordo con lui per evitare una guerra commerciale. Poco più di nove anni dopo, è Trump a volare per primo in Cina dopo l’inizio del suo secondo mandato. E trova di fronte uno Xi assai più sicuro di sé, convinto di aver capito come rispondere alle mosse di Trump. Nello scontro commerciale dell’anno scorso, Pechino ha risposto con fermezza e tempestività, imponendo una serie di ritorsioni che hanno portato poi a una tregua. Alla fine, è stata la Casa Bianca a fermare l’escalation sui dazi, arma che la Cina ritiene di essere riuscita a disinnescare anche grazie alla leva negoziale delle terre rare. Risultato: Xi arriva all’atteso summit con Trump convinto di aver conquistato un vantaggio, ottenuto attraverso una dimostrazione di forza.
Questa prospettiva viene articolata da un lungo editoriale pubblicato mercoledì sul Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito Comunista Cinese. L’articolo, a firma di Guo Jiping, esprime di fatto la prospettiva ufficiale di Pechino sul vertice con Trump. Se ne evince un senso di grande fiducia, quantomeno questo è quanto si vuole lasciar trasparire. Il primo punto interessante è contenuto nell’incipit dell’editoriale: “Le relazioni tra Cina e Stati Uniti sono giunte a un momento storico completamente nuovo. La stretta di mano tra i leader cinese e americano segnerà senza dubbio un nuovo punto di partenza dal significato storico”. Che cosa significa? La Cina vede la visita di Trump come il momento in cui l’America, nel 2017 ancora potenza egemone, le riconoscono uno status paritario. “La mentalità e i metodi con cui Cina e Stati Uniti si relazionano sono gradualmente cambiati. Oggi il dialogo tra le due parti è più paritario, la comunicazione più pragmatica e le linee rosse più chiare. Le relazioni Cina-Stati Uniti mostrano la possibilità di aprire una nuova fase”, sostiene Guo.
Il pensiero va al “G2”, etichetta che lo stesso Trump ha utilizzato a più riprese negli ultimi mesi per descrivere il suo rapporto con Xi. La formula non viene ripresa dalla Cina, che d’altronde si racconta come “potenza responsabile” e garante di un “vero multilateralismo” basato su un mondo multipolare. Eppure, è proprio questo il grande obiettivo strategico di Pechino nei legami con Washington: il raggiungimento di una relazione tra pari. Il che, attenzione, non significa partnership, bensì una competizione “controllata” in cui entrambe le parti si rispettano in modo reciproco, consce delle rispettive priorità e “legittime preoccupazioni” di sicurezza.
“La Cina non sfida né cerca di sostituire gli Stati Uniti ed è lieta di vederli prosperare e svilupparsi. Allo stesso tempo, però, la volontà cinese di difendere i propri diritti e interessi legittimi resta altrettanto incrollabile”, scrive il Quotidiano del Popolo, che spiega poi come la Cina sarebbe riuscita a ottenere questo riconoscimento: “In questi anni, di fronte a guerre tariffarie e guerre commerciali, la Cina è stata disposta a negoziare ma ha anche avuto il coraggio di combattere, mantenendo saldi principi e linee rosse. Questo non solo ha dimostrato forza e ottenuto rispetto internazionale, ma ha anche creato le condizioni affinché entrambe le parti tornassero al tavolo negoziale per risolvere le divergenze attraverso dialogo e consultazione”.
Insomma, Pechino è convinta di aver portato a più miti consigli l’amministrazione Trump attraverso una postura internazionale meno cauta di quella adottata in passato, quando si seguiva rigorosamente il vecchio mantra di Deng Xiaoping: “Nascondi la tua forza, aspetta il tuo momento e non prendere mai il comando”. La Cina di Xi è convinta che il momento per mostrarsi forte sia arrivato. “Negli ambienti strategici internazionali sta diventando consenso l’idea che i rapporti tra Cina e Stati Uniti siano sempre più paritari e che Washington guardi alla Cina con maggiore equilibrio. Questo non riflette solo i cambiamenti nei rapporti di forza e nelle dinamiche dello sviluppo, ma anche un ritorno alla razionalità e alla maturità”, scrive Guo.
L’organo ufficiale del Partito Comunista chiarisce poi che il nodo principale dei rapporti con gli Stati Uniti resta Taiwan. “La questione di Taiwan è il tema centrale più importante e sensibile delle relazioni. Il presidente Xi ha più volte chiarito al presidente Trump la posizione di principio della Cina sulla questione Taiwan. Definire chiaramente principi e linee rosse rappresenta precisamente l’assunzione di responsabilità necessaria per evitare rischi gravi”, conclude Guo. Sarebbe sbagliato pensare a richieste esplicite di Xi su Taiwan durante il vertice. Nella visione di Pechino, si tratta di una “questione interna”. Il leader cinese ribadirà semmai la sua posizione, sperando di ottenere una riduzione del supporto di Trump a Taipei, a tutela di una più ampia stabilizzazione dei rapporti. Xi non si aspetta un accordo su Taiwan, ma è convinto che con lui si possa dare quantomeno la percezione che possa diventare un tema negoziabile. Alla vigilia della partenza, Trump ha d’altronde dichiarato che avrebbe discusso con Xi della vendita di armi americane a Taipei. Una frase che inquieta molto Taiwan, perché disattende (almeno a parole) lo storico impegno di Washington a non discutere con Pechino del supporto difensivo all’isola. E, soprattutto, sembra legare direttamente il grado di quel supporto alla dinamica delle relazioni tra America e Cina.
Secondo il Quotidiano del Popolo, superare il problema Taiwan aprirebbe le porte a una cooperazione più ampia tra le due potenze. “Difendere pace e sicurezza non è possibile senza cooperazione tra Cina e Stati Uniti”, si legge nell’editoriale, che rifiuta l’idea di un disaccoppiamento economico. “Promuovere lo sviluppo globale non è possibile senza cooperazione tra Cina e Stati Uniti. L’economia mondiale non può sopportare che le sue due maggiori economie precipitino nel decoupling e nella rottura delle catene di approvvigionamento”.
Il messaggio viene raddoppiato da un video, pubblicato dal ministero degli Affari Esteri di Pechino, in cui si esalta la “coesistenza pacifica” tra Cina e Stati Uniti. Pechino persegue una maggiore autosufficienza tecnologica e cerca di schermarsi da sanzioni e restrizioni al commercio globale. Ma, allo stesso tempo, spera in una stabilizzazione dei rapporti con Washington. Da ottenere attraverso la dimostrazione della propria forza.

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Telegiornale 07.05.2026, 12:30






