Svizzera

Le sfide del giornalismo nel raccontare una tragedia

In seguito al rogo di Crans-Montana, il Consiglio svizzero della stampa invita i media alla prudenza, tralasciando il sensazionalismo e tutelando la privacy di vittime e familiari

  • Ieri, 21:44
  • Ieri, 21:46
L'omaggio alle vittime di Crans-Montana
06:58

Crans Montana, media invitati alla prudenza

SEIDISERA 07.01.2026, 18:00

  • Keystone
Di: SEIDISERA - Giulio Rezzonico, Francesca Torrani / Pa.St. 

La tragedia di Crans-Montana è stata ed è tuttora una sfida delicata per il giornalismo: da un lato si tratta di informare su un evento di forte impatto emotivo, dall’altro di non violare la privacy delle persone coinvolte, anche per non cadere nel sensazionalismo. Ed è proprio a tal proposito che oggi, mercoledì, il Consiglio svizzero della stampa ha pubblicato un comunicato per richiamare i media alle regole essenziali della professione.

Quale approccio hanno dunque avuto, finora, la stampa svizzera e quella estera? SEIDISERA ne ha parlato con Annik Dubied, vicepresidente del Consiglio svizzero della stampa: “È presto per trarre delle conclusioni, ma si può dire che i media svizzeri, almeno quelli latini, sono stati prudenti sul fronte dell’identificazione delle vittime. Esistono poi culture giornalistiche diverse, come quella francese, italiana o spagnola, che non sempre adottano le stesse precauzioni nel raccontare questo tipo di eventi”.

In un incidente drammatico come quello di Crans-Montana, il giornalista deve raccontare al pubblico, ma anche bilanciare pressione e caos con il rispetto della sofferenza delle persone coinvolte. Ed è qui che entra in gioco la deontologia del giornalista. “Il comunicato del Consiglio svizzero della stampa - continua Dubied - richiama tre valori fondamentali nel codice deontologico del giornalista: il rispetto delle persone, la ricerca della verità e l’indipendenza. Nel dramma di Crans-Montana è evidente che sia proprio il rispetto delle persone il valore più sollecitato. Questo rispetto comprende due dimensioni: da un lato la protezione della vita privata, evitando identificazioni non necessarie, dall’altro la tutela della dignità umana”.

Nel dibattito pubblico è poi emersa la voce secondo cui un giornalista si sarebbe introdotto in un ospedale travestito da infermiere. Una voce che, sottolinea la vicepresidente, è falsa, ma che dice molto del rapporto tra media e pubblico: “La voce è falsa, ma racconta una preoccupazione diffusa, cioè che i giornalisti sarebbero pronti a spingersi fino a questo punto”. E Dubied aggiunge: “In realtà la stragrande maggioranza non lo farebbe mai. Il problema è che sospetti di questo tipo mettono in discussione l’intera professione”.

Il messaggio del Consiglio svizzero della stampa è chiaro: informare sulla tragedia di Crans-Montana, tralasciando sensazionalismo e tutelando la privacy e la dignità delle vittime e dei loro familiari.

“Non ci dovrebbero essere differenze nell’accesso ai fatti”

Il Consiglio svizzero della stampa invita tutti i media a mantenere l’etica di comportamento. E fa riferimento anche alle testate estere. In Italia in questi giorni in alcuni programmi e su alcuni siti o giornali si sono lette e sentite notizie a margine della tragedia di Crans-Montana che vanno nella direzione di un attacco diretto alla Svizzera. Più volte è stato detto che il dramma non sarebbe potuto avvenire in Italia per le leggi e i controlli vigenti nel Paese. L’accaduto sta quindi diventando, a livello giornalistico, divisivo.

“È una tragedia che diventerà epocale, che rimarrà nella storia della cronaca di tutta Europa” dice Filippo Nanni, direttore dei corsi della Scuola di giornalismo di Urbino, in passato anche vicedirettore di Rai News 24 e del Giornale Radio Rai, interpellato da SEIDISERA.

“Cosa devono quindi fare i giornalisti? Devono cercare di capire che cosa può essere successo in quel bar-discoteca. Stanno emergendo dei fatti di totale gravità. Non conta dove è successo, poteva forse succedere anche altrove. Ma è successo lì. Ed è chiaro che ora i riflettori e l’attenzione di tutta la stampa sono puntati sulla Svizzera”.

Il contesto italiano è molto diverso da quello svizzero, nel senso che le autorità di polizia, politiche e giudiziarie nella penisola restituiscono con estrema facilità le informazioni e i dettagli anche personali. Mentre in Svizzera questo non succede e non è peraltro sempre facile, a volte, fare informazione senza avere riferimenti ufficiali. Questa differenza pesa, secondo lei, nella trattazione delle notizie?

“Davanti a una tragedia di queste dimensioni non dovrebbero esistere differenze nell’accesso alla verità o ai fatti. È chiaro che i giornalisti devono cercare in ogni modo e con l’unica arma che hanno, cioè fare domande, di indagare, di capire cosa può essere successo. Naturalmente sempre nel rispetto di tutti e soprattutto nel rispetto delle famiglie delle vittime”.

Quali sono le basi giornalistiche che insegnate alla scuola di Urbino in termini di deontologia professionale?

“Bisogna conciliare la curiosità e la ricerca della verità di ogni fatto con i confini e il perimetro che c’è intorno alle persone fragili, e dall’altra parte avere una grande voglia, una grande fermezza nel cercare di capire, di andare a fondo, come detto prima, rispettando quella che è l’unica arma che hanno i giornalisti: quella di andare a fare domande”.

immagine
02:44

Crans-Montana: procura nel mirino

Telegiornale 07.01.2026, 20:00

rsi_social_trademark_WA 1.png

Entra nel canale WhatsApp RSI Info

Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti

Correlati

Ti potrebbe interessare