È iniziata la terza stagione di “Edizione straordinaria”, il programma che rilegge casi di cronaca appartenenti a un recente passato della Svizzera italiana. La terza e ultima puntata indaga l’inquietante “industria” dei sequestri di persona a partire dagli anni ’70, come quello di Cristina Mazzotti, il cui tragico destino si lega al contrabbandiere ticinese Libero Ballinari. Edizione straordinaria ha anche raccolto la testimonianza, a 50 anni di distanza, di Renzo Nespoli, il dodicenne ticinese rapito nel 1977. La puntata ripercorre poi il “sequestro-lampo” di Geo Mantegazza nel 1995, concludendosi con le recenti riaperture di casi storici e l’attesa di sentenze contro i mandanti della ‘ndrangheta.
I soldi di uno storico sequestro: il caso Mazzotti
Non è la prima volta che entra in quella banca di Ponte Tresa. Conosce già tutti, a partire dal direttore, ma quel giorno quando si presenta alla cassa ha con sé 87 milioni di lire da cambiare. È il 1975 e quella è una somma di denaro fuori misura anche per un contrabbandiere scafato come lui. Lui è Libero Ballinari, origine malcantonese, fin da ragazzo invischiato nei traffici di frontiera e sempre in cerca di soldi. E quando trova i soldi ha bisogno anche di chi è disposto a cambiarglieli. Per di più, lire in cambio di lire, una richiesta strana per banconote che puzzano di illegalità al punto che anche l’accondiscendente direttore della banca, dopo aver effettuato l’operazione a casa sua in cambio di una percentuale, non se la sente di fare finta di niente. Avvisa i superiori e poi basta un semplice controllo per scoprire che quelle banconote sono parte di un riscatto pagato nel comasco per liberare un ostaggio: la prima donna mai rapita in Italia, la 18enne Cristina Mazzotti.
La sponda “complice” della Svizzera
Sono gli anni ‘70 e nell’Italia settentrionale nasce una vera e propria industria dei sequestri di persona. È un periodo in cui si scopre che anche una vita umana può avere un prezzo e così nel giro di poco tempo si moltiplicano decine e decine di rapimenti con richieste di riscatti milionari. Un business gestito dalla criminalità organizzata calabrese, la ‘ndrangheta di cui ancora poco si parla. Ma se i sequestri avvengono in Italia è ancora una volta il Ticino con il suo confine poroso a trasformarsi in una sponda utile per chi pratica queste attività criminali. Lì, infatti, si può riciclare il denaro ottenuto dall’estorsione, contando sulla tradizionale riservatezza delle banche svizzere e su una mancanza di controlli.
Questo, almeno, è quello che pensava anche Ballinari, fino a quando la polizia cantonale non può non chiedergli conto di quell’ingente somma in cui compaiono diverse banconote “segnate”, quelle usate appositamente per lasciare una traccia nel pagamento del riscatto di Cristina Mazzotti. Dopo tre settimane di interrogatori pressanti, Ballinari cede, chiede carta e penna e disegna una mappa. “Il corpo di Cristina è in questa discarica a Galliate sotto una carrozzina abbandonata. Come faccio a saperlo? L’ho gettata lì io!”
Il carceriere ticinese
Quello che succede dopo è la scoperta di una verità brutale. Per ventisette giorni Cristina è stata rinchiusa in una buca profonda un metro e mezzo e lunga poco più di due, una vera e propria gabbia interrata ricoperta da una lastra di cemento. Per ventisette giorni è stata costretta a respirare attraverso un tubo di plastica, per trovare quel poco di ossigeno che le permettesse di sopravvivere. Un’agonia resa ancor più penosa dalla continua somministrazione di sonniferi alternati a eccitanti, quando bisognava risvegliarla per ottenere informazioni utili alla trattiva.
Durante quel periodo di prigionia, anche il contrabbandiere Ballinari fa la sua parte all’interno della banda e svolge il suo ruolo di carceriere fino a quando Cristina, ormai ridotta allo stremo delle forze, muore tra il 30 luglio e il 1° agosto 1975. Ma non solo, perché quando c’è da liberarsi del corpo è ancora Ballinari a prendere l’iniziativa e a farlo nella maniera più crudele e abietta. Quasi a voler infierire con un ulteriore sfregio, lo racconta lui stesso, getta il cadavere nella discarica di Galliate.
Il riciclaggio nelle banche svizzere
Tanto più che la famiglia aveva già pagato un riscatto di un miliardo e 50 milioni di lire, senza nemmeno sapere che in realtà Cristina era già morta. Tutti soldi spariti nel nulla, salvo quelli che Ballinari aveva cercato di trafugare a Ponte Tresa.
E inevitabilmente a finire sotto i riflettori della cronaca sono anche e soprattutto le banche svizzere, perché quello che in tanti sospettavano ora trova conferma. I soldi dei riscatti, usando le stesse piste del contrabbando, passano dal Ticino per essere ripuliti e tornare successivamente in circolo.
Il caso opposto: il primo sequestrato ticinese
Ma a far cambiare le prospettive e a lasciare un segno profondo della storia del Ticino è un’altra vicenda che succede due anni dopo, nel 1977. Questa volta, nel mirino di una banda di sequestratori è un ragazzo ticinese di 12 anni, Renzo Nespoli, figlio di un imprenditore di Chiasso. Il rapimento avviene il 15 gennaio 1977, nel maneggio di Grandate, a un passo dal confine, dove la famiglia di Renzo, appassionata di equitazione, possiede dei cavalli. La trappola scatta in maniera implacabile. Basta un segnale e un commando di rapitori sbuca dall’ombra, prende il bambino e malmena i genitori che inutilmente cercano di opporsi. È un caso che spiazza anche polizia e magistratura del Canton Ticino, alle prese per la prima volta con un sequestro che li vede direttamente coinvolti. Tuttavia, dieci giorni più tardi, il ragazzo viene liberato. E tutto quello che è successo durante quel periodo, lo racconta lui stesso, per la prima volta, 50 anni dopo, a Edizione Straordinaria.
Le leggi cambiano gli atteggiamenti
Sono anni, quelli tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, in cui sempre più delinquenti si convertono al business dei sequestri a scopo di estorsione , anche perché i rapimenti rendono in un solo colpo più di tante rapine. E sono guadagni che fanno gola e attirano le attenzioni delle grandi organizzazioni mafiose a cui lo Stato italiano negli anni risponde con nuove misure. Fino a quella più drastica ed efficace: nel 1991 decide il blocco dei beni per le famiglie dei sequestrati. Norme più restrittive che portano a un drastico calo dei rapimenti, ma che non cancellano del tutto il fenomeno. E anche il Ticino nel 1995 torna a vivere l’incubo.
Il caso Mantegazza: un sequestro-lampo
Una settimana prima di Natale, tre individui sbucano dal garage sotterraneo del Palazzo di riva Paradiso a Lugano dove vive Geo Mantegazza, uno degli imprenditori e uomini pubblici più famosi a livello svizzero. Il suo è un sequestro lampo, dura solo 30 ore e tutto avviene con protagonisti e modalità differenti rispetto al passato. Stavolta più che all’Italia, per risalire alla banda dei sequestratori, si guarda più ai pesi dell’est europeo, anche se ancora oggi, a distanza di 30 anni, dei responsabili nessuna traccia. L’unica cosa certa è che il riscatto, milionario, è stato pagato in maniera rocambolesca, durante una lunga notte divisa negli spostamenti tra Zugo e Zurigo, come a Edizione straordinaria viene raccontata per la prima volta in tutta la sua dinamica.
Gli ultimi casi e gli ultimi soldi in Svizzera
Due anni dopo, gli ultimi colpi di coda della stagione dei sequestri tornano ancora a coinvolgere la Svizzera, questa volta solo sottoforma di soldi nascosti nelle banche: in particolare, a Chiasso e nel canton Grigioni. È lì infatti che vengono depositate parti consistenti del riscatto dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini, rimasto per ben 237 giorni nelle mani di rapitori spregiudicati al punto da spedire un orecchio dell’ostaggio per convincere i famigliari a pagare.
Condannato per quel sequestro è Giovanni Farina, incastrato da bonifici ricevuti proprio da quei due conti svizzeri. L’uomo però ancora oggi si proclama innocente e lo racconta a Edizione straordinaria dalla sua casa in Toscana dove adesso vive dopo aver scontato oltre 40 anni di carcere anche per altri sequestri, tra cui quello di un bambino di 9 anni.
L’ultima verità
Del resto, sono tanti gli interrogativi che rimangono aperti per quella lunga stagione dei rapimenti che non ha ancora chiuso i conti con le sue vittime. A 50 anni di distanza la vicenda Mazzotti, infatti, è tornata di attualità dopo che le impronte digitali dei rapitori rinvenute sull’auto dove viaggiava Cristina hanno fatto riaprire il caso. A febbraio è attesa la sentenza contro i boss della ‘ndrangheta, accusati di essere i veri mandanti dell’operazione, nella speranza di riuscire a liberare l’ultimo scampolo di verità su uno dei casi simbolo di quel periodo storico.







