Professione? "Raccolgo rifiuti"

Istanbul, capitale economica della Turchia, è il principale hub europeo di rifiuti di ogni genere. A raccoglierli sono gli ultimi degli ultimi

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30 mila invisibili raccolgono e differenziano i rifiuti domestici di 15 milioni e mezzo di persone. Accade ogni giorno a Istanbul, la settima città più popolosa del mondo. Lavorano senza contratto, 15/16 ore per l’equivalente di 5/10 dollari al giorno. Sono turchi di bassissima condizione sociale, curdi emigrati dalle zone povere dell’est dell’Anatolia ma anche afghani, siriani e immigrati africani sprovvisti di documenti. Non hanno dimora e dormono ammassati dentro i 1.250 centri di raccolta sparsi per la città, a costante contatto con l’immondizia.Tra loro ci sono anche donne e molti bambini. Per i non turchi senza documenti (e sono la maggior parte) la profilassi anti covid non esiste.

Sembra una storia marginale, ma marginale è solo la condizione che queste persone sono costrette a vivere perché dietro di loro (o - più propriamente detto - sulle loro spalle) c’è un business milionario che fa della Turchia il principale hub dei rifiuti europei di ogni genere.

 

Secondo quanto racconta Ali Mendillioğlu, presidente dell’associazione di categoria legata al DİSK, il principale sindacato turco, la storia comincia nel 2004 quando, in ragione del processo di annessione all’UE e alla conseguente necessità di uniformarsi agli standard di Bruxelles, la Turchia inizia a regolamentare il settore dei rifiuti generati dagli imballaggi. Ma si fa ben poco e il riciclaggio è imposto solo ai centri commerciali e al comparto pubblico; i lavoratori invisibili continuano a fare il grosso del lavoro. L’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici del 2015, ratificato anche dalla Turchia, dà nuovo impulso al settore. Lo Stato, con il supporto di importanti gruppi finanziari, vi investe parecchio denaro e favorisce situazioni di monopolio che rendono ancora più precaria la condizione dei lavoratori di base.

Continua Mendillioğlu: “Ci chiedono quali miglioramenti pretendiamo? È una domanda assurda. Perché negli anni ‘90 migliaia di curdi sono venuti a Istanbul per lavorare nell'immondizia? Se si garantisse loro un lavoro sicuro e un risarcimento dei danni tornerebbero volentieri nei loro villaggi a fare contadini. Non dovrebbe esistere questo lavoro e noi dobbiamo lottare per eliminare le cause che lo generano. La repressione, l'instabilità economica e la imprevedibilità delle cose in questo Paese causano questa condizione. Finché ci sarà una palude ci saranno sempre dei moscerini. Il nostro problema è quella palude”.

Italo Rondinella

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