Una tazza di caffè... yemenita

La guerra si combatte anche investendo su alcune delle risorse di un paese che l'avevano portato ad imporsi sui mercati di tutto il mondo

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Il poeta Arthur Rimbaud, sbarcato a fine '800 ad Aden, nel Sud dello Yemen, si innamorò perdutamente di questo golfo morbido, sormontato da una catena di montagne basse, dalla punta arrotondata, al punto tale che comprò casa e lì si stabilì, nel quartiere di Krater, allora come oggi un luogo brulicante di merci, animali, uomini, donne, bambini vocianti. Galeotto, in quest'amore, fu... il caffè.

Oggi a Krater, a causa della guerra che non dà tregua allo Yemen da cinque anni, i prezzi dei cibi sono inarrivabili. E soprattutto di alcuni prodotti naturali in Yemen che sono ormai diventati beni di lusso. Proprio il caffè è tra questi. Sia perché la qualità arabica di caffè è tra le migliori al mondo, sia perché i costi di raccolta e produzione sono diventati molto elevati. Ma nonostante le difficoltà, forse l’economia yemenita può ripartire dal caffè e da quel porto – Mokha – che durante il protettorato britannico in Yemen era il luogo da cui partivano tonnellate di caffè destinate al commercio mondiale.

Alcuni businessmen nati in Yemen, ma stabilitisi da anni all’estero, vorrebbero ritornare a quell’epoca d’oro e per questo hanno deciso di scommettere su questo bene per fare ripartire l’economia e incidere sulle comunità locali. Così Hussein Ahmad, Faris al Shaibani e il più famoso Mokhtar Alkhansali, diventato anche il protagonista del romanzo di Dave Eggers, “Il monaco di Mokha”, sono diventati i fautori di una piccola rivoluzione e hanno acceso più di una speranza tra i coltivatori di caffè e tra tutti gli yemeniti.

Laura Silvia Battaglia

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