Con un nuovo ordine esecutivo, il presidente Donald Trump torna ad aumentare la pressione su Cuba. Il provvedimento introduce sanzioni molto più ampie rispetto al passato, colpendo persone straniere o statunitensi coinvolte in attività che generano entrate in valuta per l’isola. L’estensione è significative, non si limita più a figure politiche, ma include imprenditori. Anche i familiari dei soggetti colpiti potrebbero subire conseguenze. Nella lista rientrano inoltre individui accusati di corruzione o di violazioni dei diritti umani. La formulazione resta volutamente vaga e non vengono specificati nomi.
Dall’Avana il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez ha definito le misure “coercitive unilaterali”, accusando Washington di violare il diritto internazionale e lo statuto delle Nazioni Unite.
Trump ha difeso la sua linea sostenendo che il governo cubano rappresenta una minaccia la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Tra le accuse figura anche il presunto sostegno a gruppi terroristici, affermazioni che non ha supportato con prove.
Le nuove sanzioni si inseriscono in una lunga lista di pressioni economiche a partire dall’embargo imposto nel 1960, il più lungo della storia contemporanea. A più riprese Washington ha inasprito le restrizioni. Dal gennaio scorso si è aggiunto il blocco alle forniture di petrolio all’isola, colpendo così un’economia già in ginocchio. Da allora solo una petroliera russa è riuscita ad attraccare a Cuba.
Alla firma dell’ordine esecutivo sono seguite belligeranti dichiarazioni del presidente statunitense. Durante una cena in Florida, Trump ha affermato, tra gli applausi e con tono derisorio, che gli Stati Uniti “prenderanno Cuba quasi immediatamente”. Ha poi aggiunto “Sulla via del ritorno dall’Iran faremo arrivare una delle nostre grandi navi, forse la portaerei USS Abraham Lincoln, la più grande del mondo, si fermerà a circa 100 metri dalla costa e loro diranno: ‘Grazie mille. Ci arrendiamo’”.
Sul fronte interno, il Congresso americano resta diviso. Il Senato ha recentemente respinto una risoluzione volta a limitare la possibilità per il presidente di avviare un’azione militare senza l’approvazione del congresso. Un esito che continua a lasciare alla Casa Bianca un ampio margine di manovra nelle decisioni future.
Clima tropicale e frigoriferi spenti
Nel frattempo, a soli 150 chilometri dalle coste degli Stati Uniti, Cuba è sempre più isolata nell’affrontare la crisi più grave dalla fine della rivoluzione. I blackout prolungati, che possono durare fino a 20 ore al giorno, hanno effetti devastanti sulla vita quotidiana. Le attrezzature agricole restano ferme per mancanza di carburante, costringendo molti contadini a tornare al lavoro manuale o all’uso di animali, soluzioni però limitate e non accessibili a tutti. Povertà e fame sono in aumento, la produzione agricola diminuisce sia in quantità sia in qualità, mentre i prezzi diventano insostenibili per gran parte della popolazione.
Il cibo acquistato non può essere conservato perché i frigoriferi restano spenti per ore nel clima tropicale. I trasporti, pubblici e privati, sono sempre più rari a causa della scarsità e del costo del carburante. I rifiuti si accumulano nelle strade, mentre il turismo sceglie altre mete. Negli ospedali, le liste d’attesa per gli interventi si allungano, per il rischio di interruzioni di corrente durante le operazioni. La mancanza di medicine è cronica. Anche l’approvvigionamento idrico nelle case è compromesso, poiché le pompe funzionano ad elettricità.
Le trattative in corso sembrano essersi arenate. Cuba si è detta disponibile ad aprire sul piano economico, ma senza mettere in discussione il sistema politico. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha escluso l’ipotesi di dimissioni. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non intendono allentare le pressioni senza un cambiamento politico.







