Quando è uscita la prima stagione di The Pitt, le recensioni sui giornali americani parlavano tutte di nostalgia. Le testate storiche, dal New Yorker all’Hollywood Reporter, sparavano titoli con quella parola o altre dello stesso campo semantico: old-school, throwback, eccetera.
Perché, certo, Noah Wyle: il Dr. Carter di E.R. – Medici in prima linea, in una serie televisiva ambientata in un pronto soccorso, di nuovo; perché, certo, i medici eroi: come i poliziotti eroi o gli avvocati eroi, un classico assoluto dei cosiddetti telefilm cosiddetti procedurali americani. E ancora perché, nonostante fosse la novità del 2025, The Pitt era avvolto da una certa aura di prevedibilità, che lo rendeva perfetta comfort TV per i quaranta-cinquantenni di oggi, che erano ventenni quando E.R. lanciava la carriera di George Clooney.
La storia della nostalgia non è senza fondamento, per carità. Altrimenti la vedova di Michael Chricton, creatore di E.R., non avrebbe pensato di fare causa alla produzione di The Pitt proprio perché troppo uguale a E.R.. Però, per noi che la TV la guardiamo, forse l’elemento più importante non è la nostalgia, ma un tema ancora più ampio: il tempo.
Ogni stagione di The Pitt, lo sappiamo, si svolge in una sola giornata, raccontata in 15 puntate, in tempo reale: E.R. + 24, per chi si ricorda un’altra serie meravigliosa della prima new wave televisiva dei Duemila. Uno stratagemma narrativo che si potrà anche considerare, a tratti, poco credibile (in 15 ore succedono più cose pazzesche che in una vita), ma che funziona nonostante sembri andare contro la direzione in cui si muove il mondo. Il mondo del 2025, infatti, è fatto di spazi di attenzione sempre più ridotti, di intelligenze artificiali che riassumono Guerra e pace in venti righe, di conversazioni condotte attraverso vocali velocizzati, di canzoni accelerate su TikTok, di video su YouTube che in dieci minuti riassumono intere stagioni delle nostre serie preferite.
https://rsi.cue.rsi.ch/cultura/film-e-serie/Da-ER-a-Heldin-i-Medical-drama-non-passano-mai--3423447.html
The Pitt riesce a essere il contrario della cultura dei riassunti, ma anche il contrario di quello che sembrano le serie oggi, per la maggior parte – cioè, film allungati. Storie che avrebbero potuto essere raccontate in due ore, e invece vengono trascinate per venti. The Pitt no, riesce a tenere il ritmo sempre al massimo. E poi finisce con un cliffhanger, sfruttando ancora il tempo, l’unico vuoto: quello tra una puntata e l’altra. Insomma, il tempo è sempre l’elemento centrale da gestire, come del resto in un’emergenza medica: The Pitt ha trovato un modo elegante per farlo, e un equilibrio che sembrava impossibile in questi anni accelerati.
A proposito di tempo. La prima cosa che mi viene in mente quando approccio una nuova stagione di The Pitt è: allora, tutto sommato, anche gli americani non sono messi tanto bene con la sanità. Anche lì – almeno, al Pittsburgh Trauma Medical Center – il Pronto Soccorso scoppia di pazienti già alle 8 del mattino, e se non sfoggi una ferita da arma da fuoco, devi prepararti a un’attesa di dieci ore circa. Eppure, per qualche strano cortocircuito mentale, vivere quella stessa situazione attraverso uno schermo, seduto sul divano di casa, è stranamente rilassante anche per chi tende all’ipocondria (non sto parlando di me, ovviamente). E questo nonostante in ogni inquadratura abbondino particolari grandguignoleschi.
A pensarci, insomma, The Pitt funziona al contrario di come dovrebbe, ancor di più in questa seconda stagione che appare persino migliore della prima: distende i nervi nonostante la narrazione ansiogena, stimola l’attenzione nonostante lavori sulla dilatazione del tempo, sembra qualcosa di nuovo nonostante sia a tutti gli effetti un frullato di cose già viste. Ancora più incredibile, però, è che in qualche modo lo percepiamo prodotto di qualità – noi che lo guardiamo, e anche la critica, almeno a giudicare dal diluvio di premi e dal tono delle recensioni – nonostante, a ben guardare, sia pieno di dettagli assai poco raffinati: la colonna sonora pomposa, i dialoghi didascalici, i momenti orribilmente retorici, il desiderio mai sopito di offrire una morale. Colpisce al cuore partendo dallo stomaco, non dal cervello – dopo un secolo di televisione, dovremmo aver capito che è il metodo più efficace. Eppure continuiamo a stupirci, ogni volta che qualcuno ci riesce.
Le di(s)missioni degli eroi
Charlot 11.01.2026, 14:35
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