Sfatiamo un mito: l’umorismo nero non è qualcosa di recente. Non l’abbiamo inventato noi. Trattare con ironia argomenti come la guerra, la malattia e la morte non è una deriva del contemporaneo.
Lo facevano già in antichità: Lisistrata di Aristofane racconta di donne ateniesi che mettono fine alla guerra con uno sciopero del sesso. Lo si fa da quando esiste la nostra lingua: sfido chiunque a leggere il Decameron di Boccaccio o ad avventurarsi nell’Inferno dantesco senza percepire nemmeno un briciolo di umorismo nero. E a chi obiettasse che in quelle opere non c’era il cinismo del black humor contemporaneo, risponderei: Voltaire e Jonathan Swift. Il primo con il suo Candido, o l’ottimismo, i cui protagonisti assistono a ogni sorta di atrocità con un distacco quasi annoiato, mantenendo un incomprensibile e grottesco ottimismo; il secondo con Una modesta proposta, che poi sarebbe quella di allevare i figli dei poveri come carne da macello da dare in pasto ai proprietari terrieri inglesi. Entrambi sono stati scritti nel Settecento.

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Alphaville 25.03.2026, 11:05
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Quindi nessun problema, l’umorismo nero ha una tradizione millenaria e gode di ottima salute, giusto? Le cose non sono così semplici: l’umorismo nero oggi ha potenzialmente un problema. Ed è lo stesso problema che riguarda, più in generale, l’ironia. Per cercare di individuarlo è necessario un cambio di paradigma, passare dal chiedersi se si possa o meno scherzare su alcuni temi al chiedersi perché viene fatto.
Nel 1990, David Foster Wallace terminava la stesura di un saggio dal titolo E Unibus Pluram: Television and U.S. Fiction che sarà pubblicato solo tre anni più tardi nella rivista Review of Contemporary Fiction. Brutalizzando la tesi, Wallace afferma che la televisione commerciale statunitense ha assimilato, per mezzo dell’ironia, le critiche che le venivano mosse dalla letteratura. Per esemplificare la sua posizione, l’autore mostra come le opere di grandi del postmodernismo statunitense, come Pynchon e DeLillo, usassero un umorismo cinico per decostruire la cultura di massa, nella fattispecie quella degli show televisivi e delle pubblicità.
La TV, che secondo Wallace in quegli anni veniva guardata dall’americano medio per circa sei ore al giorno, aveva saputo neutralizzare la minaccia usando le stesse armi: raccontandosi attraverso una metanarrativa ironica. L’utilizzo di questo meccanismo comunicativo rendeva il mezzo immune alle critiche. Gli spot diventavano parodie degli spot, l’autoconsapevolezza del medium televisivo conquistava chi fino a quel momento lo prendeva in giro. Il problema però è che l’ironia è una figura retorica perfetta per decostruire, ma è poco efficace per quanto riguarda costruire un nuovo senso. Ma l’obiettivo della televisione descritta da Wallace non era quello di creare senso, era quello di vendere prodotti.
E Unibus Pluram: Television and U.S. Fiction è denso di riferimenti ed è uno spunto di riflessione capitale anche oggi, in una realtà che è ancora più frammentata di quella dell’inizio degli anni Novanta. Il problema dell’ironia infatti è rimasto, e forse richiede ancora più attenzione. O almeno una presa di coscienza.
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L’umorismo nero oggi è più presente che mai, specie sui social network. Se da una parte scherzare su argomenti quali la violenza, la malattia e la morte può essere terapeutico e aiutare ad affrontare la tragedia, dall’altra c’è il rischio che l’ironia svuotata della volontà di costruire si lasci dietro solo le ceneri della perdita di senso. Bisogna ricordare che i social network attuali, lontani dalle intenzioni iniziali di essere spazi comunitari, sono prima di tutto piattaforme di marketing. E il marketing, come la televisione commerciale statunitense degli anni Novanta, non ha tra i suoi interessi principali la creazione di senso, ma la vendita di prodotti.
Non è troppo tardi, come non lo era nel 1990, e la letteratura può ancora avere il suo posto in questo discorso culturale. Bisogna ricordare sempre che, anche se tutto già all’epoca sembrava finito, quindici anni dopo José Saramago avrebbe scritto un capolavoro di umorismo nero come Le intermittenze della morte.
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