Società

Israele: laicismo o teocrazia?

Appunti su mondi femminili e monoteismi 

  • 20 febbraio, 08:12
  • 28 marzo, 10:28
  • SOCIETÀ
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Di: Romano Giuffrida

Per mascherare il corpo, una tunica scarlatta; per nascondere i capelli, una cuffia bianca con le alette laterali che celano anche gli occhi. E’ l’uniforme che la scrittrice canadese Margaret Atwood ha immaginato venisse imposta alle protagoniste del suo romanzo Il racconto dell’ancella (1985, Edizioni Ponte alle Grazie). Il libro descrive una realtà distopica nella quale, dopo un colpo di stato, negli Stati Uniti viene fondata la Repubblica di Galaad, una dittatura teocratica, maschilista e violenta dove le donne non solo vengono private di beni, diritti e libertà, ma anche schiavizzate e asservite ai maschi come “uteri riproduttivi”. Fiction? La realtà descritta da Atwood non è stata letta solo così, anzi: dai movimenti delle donne di diverse parti del mondo è stata riconosciuta anche come una pericolosissima possibilità “dietro l’angolo”. A partire dal 2017, negli Stati Uniti, ma anche in Argentina, Brasile, Regno Unito, Irlanda, Italia, Polonia, Croazia, Iran, cortei di donne a testa bassa, con le tuniche rosse e copricapi bianchi come le ancelle del racconto, hanno iniziato a sfilare per le vie delle città ogni qualvolta i governi dei loro paesi mettevano in discussione le libertà femminili.

Dalla primavera dello scorso anno, le ancelle hanno fatto la loro comparsa anche in Israele rendendo visibile, pure esteticamente, un disagio che per lungo tempo è rimasto più o meno latente, ma che le scelte del governo di Benjamin Netanyahu ha letteralmente fatto esplodere.

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Tre anni dopo la dichiarazione di indipendenza del 1948, Israele approvò una legislazione che avrebbe dovuto assicurare alle donne il diritto di vivere in modo dignitoso grazie a garanzie in tema di eguaglianza nel lavoro, nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria e nel welfare. Ovviamente, in una cultura fortemente patriarcale e condizionata da settori religiosi numericamente importanti, non è stato facile il passare “dal dire al fare”, perché l­’emancipazione della donna, sotto molti aspetti, collideva e collide contro principi religiosi considerati immutabili. Ciò nonostante, da allora, per quanto riguarda il mondo femminile, sono stati fatti progressi in molti ambiti, ad esempio nell’istruzione e nel lavoro; decisamente meno però sul piano dei diritti nella società e in relazione al mondo maschile.

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Non parliamo ovviamente dell’obbligo allo Tzniut (Modestia) ossia l’ambito della Legge ebraica che vincola alla modestia nel vestire e alla proibizione di indossare vestiti che possano attirare lo sguardo dell’uomo e distrarlo da Dio. Non parliamo nemmeno dello Sheitel o dello snood, la parrucca e il copricapo che le donne sposate dovrebbero indossare per rispetto della Legge ebraica che richiede la copertura dei capelli. Queste sono generalmente scelte libere compiute nel rispetto della propria fede (anche se, come fanno notare molte giovani israeliane, non sono sempre scelte veramente libere in quanto dettate spesso dalla pressione sociale e familiare). In ogni modo, non è qui che si giocano i diritti delle donne: decisamente più problematico, ad esempio, il fatto che, per la Legge ebraica, il matrimonio sia ancora un contratto grazie al quale il marito diventa “proprietario” della donna attraverso il ma’aseh kinyan (trasferimento o acquisizione della proprietà), che, com’è evidente, è una grave eccezione al principio dell’uguaglianza di genere.

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Ancora più complessa però la posizione della donna in relazione alla realtà ultraortodossa. Gli ebrei ultraortodossi, ossia gli haredim (termine ebraico che significa: “coloro che tremano nel timore di Dio”), vivono nel più totale rispetto degli insegnamenti della Torah. Così, benché l’ebraismo sia caratterizzato dalla discendenza matrilineare, cosa questa che fa assumere sacralità alla figura della donna tanto da investirla del ruolo principale nell’educazione famigliare e nella trasmissione della tradizione, secondo gli integralisti le donne, in quanto discendenti di Lilith e Eva, sono solo fonte di corruzione.

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Forti dell’insegnamento biblico dell’Ecclesiaste: « (…) amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge …», gli haredim evitano lo sguardo e il contatto con le donne in genere; con la moglie possono avere solo due rapporti sessuali al mese, dopodiché nemmeno accidentalmente devono avere un contatto fisico. Al marito è vietato pure chiamare la moglie per nome. Nei quartieri dove vivono gli haredim, cartelli indicano quale lato della strada è riservato alle donne e pattuglie della polizia morale controllano che tutte le prescrizioni alle quali le donne devono attenersi siano rispettate. Nei bus, sui treni e negli spazi pubblici la separazione tra maschi e femmine è d’obbligo. La stessa parola donna scritta sui cartelli viene considerata impura e i cartelloni pubblicitari con immagini femminili vengono rimossi.

Donne Haredi

Laser 17.07.2018, 11:00

  • Keystone

Se ciò riguardasse solo le scelte della comunità non ci sarebbe nulla da dire, il discorso cambia quando l’estremismo religioso pretende di dettare le regole all’intera società e quindi anche alle donne non ortodosse.

Le manifestazioni delle donne israeliane dei mesi scorsi hanno infatti origine nella consapevolezza che il governo guidato da Netanyahu (quello precedente il “governo di guerra” formatosi dopo l’attacco di Hamas lo scorso 7 ottobre), ha avuto l’appoggio sempre più marcato dell’estrema destra e delle formazioni religiose ultraortodosse, perciò non potrà che caratterizzarsi sempre più in chiave misogina. Netanyahu infatti ha già fatto diverse concessioni in tal senso: ad esempio, la separazione del pubblico femminile in molti eventi pubblici o l’ampliamento dei poteri dei tribunali rabbinici.

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Una preoccupazione, quella delle donne, molto forte tant’è che, a fianco delle ancelle, nelle piazze ci sono le donne di oltre 200 associazioni tra le quali le Savtot lema’an democratia, ossia le Nonne per la democrazia.

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