Cuiosità e trend

Noma, perché il caso Redzepi scuote tutta l’alta cucina

Le accuse di abusi sul lavoro che hanno portato René Redzepi a lasciare il Noma, riportano al centro una domanda: quanto è stato tollerato in nome dell’eccellenza?

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Rene Redzepi, 2016

Rene Redzepi, 2016

  • Keystone - EPA/ROBIN VAN LONKHUIJSEN
Di: Alice Tognacci 

René Redzepi, chef e cofondatore del Noma di Copenaghen, ha annunciato che lascerà la gestione quotidiana del ristorante dopo un’ondata di accuse sul trattamento riservato in passato al personale. Il caso non riguarda solo uno dei ristoranti più famosi al mondo e riporta al centro una domanda più ampia sul sistema: per anni, nell’alta gastronomia, quanto è stato tollerato in nome dell’eccellenza?

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Il caso, in breve

La decisione di Redzepi arriva in seguito a un’inchiesta del New York Times, ripresa a livello internazionale, che raccoglie le testimonianze di 35 ex dipendenti e collaboratori, descrivendo episodi di abusi psicologici e fisici avvenuti soprattutto tra il 2009 e il 2017. Lo chef ha riconosciuto di aver ferito delle persone, pur contestando alcuni dettagli emersi nelle ricostruzioni.

La vicenda ha avuto effetti immediati anche fuori dalla cucina: lo chef si è dimesso anche dal board di MAD, l’organizzazione non profit da lui fondata nel 2011, mentre attorno al pop-up del Noma a Los Angeles si sono registrate proteste e il ritiro di alcuni sponsor.

È il segno che oggi la cultura del lavoro nella ristorazione non è più percepita come un tema interno al settore, ma come una questione pubblica, culturale e reputazionale.

Per capire il caso, bisogna capire cos’è stato il Noma

Per chi non segue da vicino il mondo gastronomico, vale la pena fare un passo indietro: il Noma non è un ristorante qualunque. Aperto a Copenaghen nel 2003 da René Redzepi e Claus Meyer, è il luogo che più di ogni altro ha contribuito a ridefinire l’alta cucina contemporanea globale.

Il suo nome è diventato sinonimo di New Nordic Cuisine, una cucina fondata su ingredienti nordici, stagionalità estrema, fermentazioni, raccolta spontanea e profondo legame con il territorio.

Nel tempo, il Noma è stato premiato cinque volte come miglior ristorante del mondo dalla classifica The World’s 50 Best Restaurants e ha influenzato cuochi, menu, immaginari e linguaggi gastronomici ben oltre la Scandinavia.
In altre parole, ha cambiato il modo in cui molti ristoranti pensano il lusso, la creatività e il rapporto con la natura. E lo ha fatto nelle cucine di tutto il mondo, compresa la nostra: il modo di impiattare e presentare i piatti, l’attenzione ai prodotti “selvatici”, la pulizia delle preparazioni; persino gli stili dei locali, nuovi format di panetterie e bistrot e della mise en place riportano ancora oggi alla cultura gastronomica nordica.

Perché questa notizia pesa più di altre

Il Noma, dunque, è stato per anni un simbolo mondiale di innovazione e ciò che succede oggi attorno a Redzepi ha un significato che va oltre la cronaca.
Quando a essere coinvolto è uno dei nomi più celebrati della ristorazione globale, il caso non riguarda più solo una persona o un ristorante: diventa il riflesso di un intero sistema.

Il punto è semplice, e insieme scomodo: per molto tempo, nelle cucine dell’alta ristorazione, ritmi estremi, umiliazioni, urla, gerarchie tossiche e forme di sfruttamento sono stati spesso raccontati come parte del mestiere.
Quasi un passaggio obbligato per chi voleva “farsi le ossa” e costruirsi una carriera. Per tutti questi anni si è normalizzato un sistema tossico.

Sia chiaro, il caso Noma non inventa questa cultura, ma la rende impossibile da ignorare nel luogo che più di ogni altro rappresentava il lato brillante della gastronomia contemporanea, facendone emergere il paradosso più forte.

Violenza in cucina (Temps présent, RTS, 22.01.2026)

Il paradosso Noma

Il Noma ha costruito il proprio prestigio su parole come natura, stagionalità, purezza, sostenibilità, territorio. Il suo racconto pubblico è sempre stato quello di una cucina consapevole, attenta all’ambiente e alla filiera.
Proprio per questo il contrasto con le accuse emerse nel tempo sul piano umano e organizzativo risulta ancora più stridente. La domanda che il caso mette sul tavolo è ormai inevitabile: si può parlare di sostenibilità se poi il costo viene pagato da chi lavora dietro le quinte? Si può costruire un’immagine di naturalezza e rispetto del territorio senza interrogarsi con la stessa serietà sulle condizioni di lavoro in cucina?
È questa la faglia che oggi attraversa diverse realtà di settore, non solo il Noma.

Cosa sta cambiando nell’alta gastronomia

Negli ultimi anni il tema del lavoro in cucina è diventato centrale. Non conta più solo ciò che arriva nel piatto, ma anche come quel risultato viene prodotto: con quali orari, con quali rapporti di potere, con quale equilibrio tra formazione e sfruttamento.

Il prestigio dello chef, da solo, non basta più a neutralizzare il costo umano del sistema. Non è un caso che, nel tentativo di rispondere alle critiche, il Noma abbia reso pubbliche una serie di misure introdotte negli ultimi anni: stage retribuiti dal 2022, settimana di quattro giorni per il team del ristorante, fondo pensione e una revisione esterna delle pratiche interne.
Sono segnali importanti, ma mostrano anche che il problema esisteva e che il settore sente ormai la pressione di dimostrare maggiore trasparenza.

Oltre il mito del genio

Forse il nodo più profondo è proprio questo: per decenni la figura dello chef-genio ha goduto di una sorta di immunità culturale. Talento, innovazione, riconoscimenti e successo internazionale rendevano più facile giustificare o minimizzare comportamenti che oggi appaiono chiaramente inaccettabili.
Il caso Noma segna un passaggio proprio perché mette in crisi questa separazione. Non cancella ciò che il ristorante ha rappresentato nella storia della cucina contemporanea, ma impedisce di raccontarlo in modo “ingenuo”.
L’alta gastronomia del futuro, se vuole davvero definirsi avanzata, dovrà esserlo non solo nelle tecniche e nelle idee, ma anche nelle sue strutture di lavoro e nella sua etica quotidiana.

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Stelle e ombre della ristorazione (3./3)

Millevoci 18.01.2023, 11:05

  • iStock


Il Noma resterà comunque una pietra miliare della cucina mondiale. Ma la sua storia, oggi, non parla più soltanto di creatività, territorio e avanguardia. Parla anche del prezzo umano che per anni il settore ha accettato di non vedere.
Ed è forse questo il vero punto di svolta: non è più possibile separare la bellezza del piatto da ciò che accade dentro la brigata che lo rende possibile.

Fonti

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