Nel 2022, il Governo tedesco ha chiesto per due volte alla Svizzera l’autorizzazione a riesportare 12’400 munizioni per carri armati Gepard in Ucraina. Entrambe le volte la richiesta è stata respinta. La Germania aveva acquistato le munizioni decenni prima e voleva donarle all’esercito ucraino per abbattere droni e missili da crociera russi.
In Svizzera, però, vige il divieto di esportazione e riesportazione del materiale bellico di fabbricazione elvetica verso Paesi in guerra. Per questa ragione, Berna ha respinto richieste analoghe anche da parte di Spagna, Danimarca e Paesi Bassi.
Berlino aveva reagito con parole dure: “Sarò sincero: non capisco perché la Svizzera non fornisca munizioni Gepard”, ha affermato l’allora vicecancelliere tedesco Robert Habeck.
Ora però Berna sta invertendo la rotta. Il Parlamento ha deciso di garantire l’esportazione e riesportazione di armi a 25 Paesi, quasi tutti europei, anche se coinvolti in un conflitto. Una decisione che scaturisce dal timore che gli ordini di armamenti svizzeri possano subire ripercussioni negative per diffidenza delle nazioni europee verso le restrizioni imposte sulle armi acquistate.
Che cosa cambierà
Ai sensi dell’attuale Legge sul materiale bellico, la Svizzera non può esportare armi di produzione propria verso Paesi in guerra o coinvolti in gravi violazioni dei diritti umani. Gli acquirenti devono firmare una dichiarazione di non riesportazione del materiale, chiedendo l’autorizzazione per riesportarlo.
Nel 2024, il Consiglio federale ha chiesto al Parlamento di concedergli diritto di deroga su queste norme in casi eccezionali. Il Legislativo ha acconsentito e ha anche deciso di concedere le esportazioni di armi verso 25 Paesi, anche se coinvolti in conflitti, oltre ad abolire la dichiarazione di non riesportazione. Il Governo, tuttavia, avrà diritto di veto ove ciò fosse nell’interesse nazionale.
Dei 25 paesi, 19 si trovano in Europa; gli altri sono Argentina, Australia, Canada, Giappone, Nuova Zelanda e Stati Uniti.
Le preoccupazioni per l’industria svizzera degli armamenti…
Il dibattito sulle esportazioni di armi, nato dal desiderio di alcuni esponenti parlamentari di consentire le riesportazioni verso l’Ucraina come forma di sostegno a un Paese in difficoltà, è stato influenzato in larga misura dalle preoccupazioni per l’industria della difesa nazionale.
Dopo che la Svizzera ne ha respinto le richieste di riesportazione, infatti, i Paesi Bassi hanno sospeso gli acquisti di armi svizzere. La Germania, dal canto suo, ha escluso i produttori svizzeri dalla gara d’appalto per un grosso ordine di materiale bellico.
Gli industriali elvetici si sono sentiti emarginati, proprio in un momento in cui nei Paesi europei le spese militari stanno conoscendo un aumento “senza precedenti”, spinti dalle minacce della Russia, dalle preoccupazioni per l’allontanamento degli Stati Uniti dalla NATO e, più di recente, dalla retorica del presidente statunitense Donald Trump sull’uso della forza per annettere la Groenlandia.
L’Europa è il principale mercato per il materiale bellico svizzero, per il quale rappresenta oltre l’80% delle vendite estere. Nel complesso, nel 2023 le esportazioni di armi sono diminuite del 27%, ovvero di 258 milioni di franchi, rispetto al 2022, anche se il calo è riconducibile almeno in parte alla scadenza di un contratto del valore di 194 milioni di franchi per la fornitura di sistemi di difesa aerea al Qatar in occasione dei Mondiali di calcio. Nel 2024 le esportazioni sono diminuite di un ulteriore 5%.
… e per la sicurezza europea
Impossibilitata a vendere armi all’estero, l’industria bellica svizzera rischiava di scomparire, con “gravi conseguenze” per la sicurezza nazionale, ha affermato Swissmem durante il dibattito parlamentare sulla questione, avvertendo che alcune aziende stavano trasferendo la produzione all’estero per aggirare le restrizioni.
A metà 2024, un gruppo di esperti indipendenti incaricati di formulare raccomandazioni sulla futura strategia di sicurezza governativa ha inoltre sostenuto che l’industria degli armamenti doveva essere consolidata per potersi adattare alle nuove minacce. La maggior parte del panel era favorevole ad alleggerire le restrizioni sulle riesportazioni.
L’invasione russa “e il mutato contesto geopolitico hanno scosso profondamente la visione che la Svizzera ha del mondo e del proprio posto al suo interno”, ha scritto Ulrike Franke, ricercatrice presso lo European council on foreign relations (ECFR).
Lo scorso dicembre, il capo del dipartimento della difesa svizzero Martin Pfister ha ribadito il concetto, dichiarando ai leader del settore a Bruxelles che la guerra in Ucraina ha segnato “una svolta [che] ha distrutto l’illusione di una pace duratura in Europa”.
Ora, dice, esiste “un rischio reale di ulteriori guerre” nel continente, quindi la Svizzera “darà la priorità agli appalti della difesa in Europa e si impegnerà più a fondo nella cooperazione europea in materia di armamenti”.
Come è cambiata la percezione della neutralità svizzera
Nel suo discorso, pronunciato la settimana in cui è stato votato per allentare le restrizioni all’esportazione di materiale bellico, Pfister ha affermato che la decisione di Berna è compatibile con la neutralità svizzera, anche se le armi finiscono in zona di guerra.
Tale dichiarazione segna un allontanamento dalla posizione del Governo, che aveva respinto le richieste di riesportazione verso l’Ucraina. All’epoca si era insistito sul fatto che, in quanto Stato neutrale, la Svizzera era vincolata al principio della parità di trattamento nella vendita di armi. Se avesse permesso l’ingresso di materiale bellico svizzero in Ucraina, sarebbe stata costretta a inviarne una quantità equivalente in Russia, risultato che si voleva evitare, ha spiegato Pascal Lottaz, professore associato di studi sulla neutralità all’Università di Kyoto, in Giappone.
In Svizzera, la questione delle esportazioni belliche è strettamente legata alla neutralità, ha affermato Lottaz, sebbene a livello giuridico siano due questioni separate. Mentre in Parlamento si discuteva di un possibile allentamento delle restrizioni, nessuno riusciva a mettersi d’accordo sull’influenza di un simile cambiamento sulla neutralità del Paese. C’era chi la considerava una manovra di consolidamento, sostenendo che un’industria bellica fiorente potesse contribuire alla neutralità armata e alla capacità di autodifesa nazionale.
Voci critiche, invece, sostenevano che i cambiamenti avrebbero indebolito o addirittura violato la neutralità, un timore che Guy Parmelin ha cercato di placare, sottolineando che le nuove regole si applicheranno a un numero molto contenuto di Paesi. Il Governo, ha aggiunto, continuerà a valutare singolarmente ogni richiesta di acquisto.
Al di fuori della Svizzera, le novità potrebbero inficiare la percezione della sua neutralità, ha affermato Lottaz, soprattutto tra chi ritiene che uno Stato neutrale non dovrebbe produrre o vendere armi. Si rischia anzi di rafforzare l’idea che il Paese elvetico non sia più neutrale, come sostenuto dalla Russia dopo che Berna si è allineata alle sanzioni europee in seguito all’invasione dell’Ucraina.
“Riempire la neutralità di significato”
La Svizzera però non è l’unico Stato neutrale in Europa che sta rivalutando la propria posizione in materia di difesa dall’inizio del conflitto. Neutralità, ha sostenuto Lottaz, è una “parola vuota [che] deve essere riempita di significato di volta in volta. È in tempi di grandi sconvolgimenti, come quelli attuali, che bisogna scegliere come posizionarsi”.
Finlandia e Svezia, che in genere mantenevano una posizione di non allineamento militare, hanno deciso di aderire alla NATO. Cipro ha smesso di acquistare armi dalla Russia, cerca di allinearsi con l’Occidente e aspira ad aderire all’alleanza atlantica, nonostante il probabile veto della Turchia.
Altri Paesi sono sotto pressione per aumentare la spesa per la difesa. L’Austria si è impegnata a raggiungere l’obiettivo del 2% del PIL, rispetto allo 0,8% attuale. L’Irlanda è più reticente, poiché, a differenza della Svizzera, ha legato la propria neutralità a spese militari contenute.
Nella Confederazione, dove le spese per la difesa dovrebbero aumentare all’1% del PIL entro il 2032, il sostegno pubblico alla neutralità è diminuito dall’inizio della guerra in Ucraina, anche se resta all’87%. Nei prossimi mesi, la popolazione voterà una proposta di interpretazione più rigida della neutralità, che impedirebbe alla Svizzera di adottare sanzioni economiche e la costringerebbe a ridimensionare la cooperazione con la NATO.
Dal 2022 la Svizzera ha consolidato i propri legami con l’alleanza atlantica. Inoltre, ha incluso nella sua strategia di sicurezza un percorso di difesa cooperativa in caso di attacco del proprio territorio. Ma, a differenza di Cipro, a Berna nessuna maggioranza politica è pronta ad aderire alla NATO, almeno non nel prossimo decennio, afferma Lottaz.
Per quanto riguarda le nuove norme sull’esportazione, la battaglia continua. Le fazioni contrarie hanno lanciato un referendum sulle modifiche. Secondo un sondaggio, tuttavia, oltre la metà della popolazione è favorevole a fornire armi a un Paese che si difende da un attacco, sostenendo che ciò non contraddice la neutralità svizzera.
I partner commerciali elvetici rimangono cauti. Secondo l’ambasciatore tedesco Markus Potzel, le modifiche sono tali che non vi è ancora “alcuna garanzia” che in futuro il suo Paese potrà “disporre liberamente” delle armi di fabbricazione svizzera. Il risultato per l’Ucraina, al contrario, è chiaro: le armi vendute in passato ai Paesi europei non le arriveranno, dato che le nuove norme non avranno effetto retroattivo.

L'Italia mette in difficoltà la produzione svizzera di macchinari
SEIDISERA 02.02.2026, 18:00
Contenuto audio








