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Otto mesi intrappolati nel ghiaccio per capire l’Artico

La Tara Polar Station è partita per la prima di dieci missioni con l’obiettivo di osservare l’evoluzione dell’ecosistema artico e il suo impatto sul clima

  • Un'ora fa
Tra le dodici persone a bordo anche l’oceanografa svizzera Nina Schuback

Tra le dodici persone a bordo anche l’oceanografa svizzera Nina Schuback

  • Maeva Bardy / Tara Ocean Foundation
Di: Felicitas Erzinger, Jannick Mauron (SRF), articolo originale - sf, adattamento in italiano

Freddo estremo, orsi polari in cerca di cibo e fino a quattro mesi di oscurità totale. Sono le condizioni che attendono l’equipaggio della Tara Polar Station, la nuova piattaforma scientifica che domenica è salpata dal porto di Lorient, in Francia, verso l’Artico.

La missione fa parte di un programma di ricerca a lungo termine della fondazione francese Tara Ocean. Entro il 2045 sono previste dieci spedizioni con l’obiettivo di approfondire la conoscenza dell’Artico centrale, una delle regioni meno studiate del pianeta. In particolare durante l’inverno questa vasta area è così inospitale che finora sono stati raccolti pochissimi dati scientifici.

Per colmare questa lacuna è stata appositamente progettata la Tara Polar Station, con il suo aspetto insolito. Lunga 26 metri, con uno scafo ovale, sormontato da una cupola dal design futuristico e attorniato da cuscini d’aria. L’intera struttura è stata concepita per resistere alla pressione del ghiaccio e per evitare di venire schiacciata quando rimane intrappolata nella banchisa.

La Tara Polar Station

La Tara Polar Station

  • Maeva Bardy / Tara Ocean Foundation

Secondo i piani della missione, intorno a ottobre la Tara Polar Station dovrebbe rimanere intrappolata nella banchisa sul versante russo dell’Artico. Da quel momento inizierà una lenta deriva, trasportata dalle correnti marine e dai venti, in direzione dell’arcipelago delle Svalbard. La piattaforma dovrebbe riemergere dai ghiacci tra luglio e agosto del prossimo anno.

A bordo vivono e lavorano dodici persone. Oltre all’equipaggio, fanno parte della missione anche sei ricercatori. Tra loro c’è l’oceanografa svizzera Nina Schuback. “Sono molto sorpresa da quanto poco sappiamo di questa regione” afferma la scienziata.

Schuback manifesta preoccupazione per un solo aspetto della spedizione: la notte polare, che avvolgerà la spedizione per mesi. Una delle incognite della missione riguarda infatti l’impatto che una così lunga assenza di luce avrà sul benessere fisico e psicologico dell’equipaggio.

Echo der Zeit (SRF, 19.07.2026)

Raccolta di dati in condizioni estreme

Per tutta la durata della spedizione l’equipaggio raccoglierà senza sosta campioni e dati scientifici. Aria, ghiaccio, acqua e gli ecosistemi sottomarini saranno analizzati nel dettaglio. Grazie a un’apertura realizzata nello scafo, gli scienziati potranno prelevare campioni d’acqua o effettuare immersioni direttamente dalla piattaforma, anche quando questa sarà completamente circondata dalla banchisa.

Al progetto partecipano complessivamente oltre cento scienziate e scienziati provenienti da diversi istituti di ricerca.

  • Uno dei principali filoni di studio riguarda la cronobiologia, ossia il modo in cui gli organismi viventi si adattano alle condizioni estreme dell’Artico, caratterizzate dall’alternarsi di lunghi periodi di oscurità e mesi di luce continua.

  • Gli studiosi sono interessati anche a quali specie di pesci vivono e si riproducono nell’Artico. Un campo in cui non esistono informazioni certe, che potrebbero acquisire un’importanza crescente in futuro, soprattutto in relazione all’eventuale sviluppo di attività di pesca nelle regioni artiche.

  • Un altro ambito di ricerca riguarda i microbi, minuscoli organismi che costituiscono la base della catena alimentare e potrebbero influenzare anche la formazione delle nuvole.

Come i microbi possono influenzare il tempo

Anche organismi microscopici come alghe e batteri potrebbero avere un ruolo nella formazione delle nuvole sopra l’Artico.

Alcune alghe rilasciano nell’ambiente minuscole particelle di calcare, mentre altre producono un gas chiamato dimetilsolfuro. Quando queste sostanze raggiungono l’atmosfera, possono trasformarsi in nuclei di condensazione: piccolissime particelle attorno alle quali il vapore acqueo si aggrega formando goccioline e, successivamente, nuvole.

Gli scienziati sospettano che questi processi possano influenzare il clima e il tempo atmosferico nelle regioni polari. Resta però da capire quanto sia effettivamente importante il contributo dei microbi alla formazione delle nuvole nell’Artico.

Variazioni naturali o cambiamento climatico?

Dato che la piattaforma passerà diversi inverni nell’Artico nei prossimi due decenni, permetterà agli scienziati di distinguere meglio le normali variazioni naturali da un anno all’altro dagli effetti a lungo termine del cambiamento climatico.

L’Artico sta infatti cambiando rapidamente: la regione si riscalda a una velocità circa quattro volte superiore rispetto alla media globale e, durante l’inverno, il ritmo dell’aumento delle temperature può essere addirittura cinque volte maggiore. Lo sottolinea Julia Schmale, ricercatrice specializzata in scienze dell’atmosfera al Politecnico federale di Losanna (EPFL).

“Entro la metà degli anni 2050 è molto probabile che l’Artico sia privo di ghiaccio durante l’estate” afferma la scienziata. Uno scenario destinato a rivoluzionare l’intero ecosistema artico, con conseguenze oltre le regioni polari. La riduzione della banchisa influenza gli scambi di calore tra oceano e atmosfera e può avere ripercussioni anche sui sistemi meteorologici delle medie latitudini.

Per osservare e documentare questa trasformazione nel tempo, sono previste dieci missioni con svernamento tra i ghiacci entro il 2045.

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