Dal collaboratore RSI a Londra*
Ogni due anni Wimbledon si intreccia con Mondiali o Europei. Quando il tennis incontra il calcio. L’attenzione della sala stampa oscilla così dal net alla rete, senza soluzione di continuità. E non solo perché tutte le tv sono invariabilmente sintonizzate sul football. I pettegolezzi della racchetta lasciano il campo ad analisi, pronostici, scongiuri. Tutti commissari tecnici. Anche i più agnostici finiscono per arrendersi, rivelando insospettabili competenze. Chi fino all’altro ieri snobbava ostentatamente il pallone, all’improvviso sa tutto del portiere dell’Islanda o del 4-3-3 della Francia. Colto in flagranza di sapere. Il giornalista tipo, fatta eccezione per i nativi, fa il tifo per due squadre: la propria nazionale e l’avversaria di giornata dell’Inghilterra.
La regola che vieta ai giornalisti grida e applausi in tribuna viene fragorosamente infranta in sala stampa. Finendo per travolgere d’entusiasmo e imprecazioni i gesti bianchi del torneo per eccellenza. Il giornalista medio è un tuttologo di vocazione. Che vive di verità indimostrabili, opinioni personali sublimate in certezze. A maggior ragione quando discetta di calcio si esprime attraverso convinzioni definitive, che non lasciano spazio né al dubbio né alla replica. Talmente sicuro di sé da essere convinto che il suo non è un pronostico di risultato ma un infallibile vaticinio.
Condannati alla rancorosa emarginazione sono dunque i puristi. Quella ristretta cerchia di mono-sportivi che non contemplano nulla al di là dei verdi campi di Church Road. Non solo vivono con fastidioso prurito qualsiasi tipo di distrazione, che sia la visita della Regina all’All England Club o l’applauso per David Beckham, ma neppure tollerano le ingerenze da parte dei colleghi calciofili. Vestiti di candide camicie, lo sguardo pensoso, la bocca stretta in una smorfia di disgusto, soccombono al divertimento altrui.
*Lorenzo Amuso




