Reportage

I corpi senza nome dei morti in Ucraina

Tra scambi segreti e analisi del DNA, nel Paese in guerra si prova a restituire un’identità ai caduti e un luogo di pace ai loro cari

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Odessa: i corpi senza nome nei treni-obitorio
28:19

Senza nome

Falò 17.02.2026, 20:50

  • RSI
Di: Anna Bernasconi, inviata RSI in Ucraina

“Potrebbero essere i miei amici” dice con un filo di voce la collega ucraina che mi accompagna. Non riesce a proseguire.

Si aprono le porte di un vagone: dentro sono accatastati sacchi bianchi uno sull’altro.

Sono corpi di soldati senza nome, uomini e donne non identificati. Sono così tanti che si sono dovuti allestire vagoni dei treni con un sistema di raffredamento perché non c’è altro spazio dove metterli. Solo nell’obitorio da campo di Odessa, allestito in un convoglio ferroviario, ce ne sono 1’700.

Russia e Ucraina tengono segreti i numeri delle proprie perdite. Diversi enti indipendenti pubblicano stime basate su dati attendibili. La più recente è del Center for Strategic and International Studies di Washington secondo cui i soldati morti, feriti e dispersi su entrambi i fronti sarebbero 1,8 milioni. Le perdite russe sarebbero 1,2 milioni, il doppio di quelle ucraine, stimate a 600’000.

Medici forensi al lavoro

Medici forensi al lavoro

  • RSI

I medici forensi del centro di raccolta di Odessa lavorano alacremente intorno ai corpi e cercano di disporli in ordine. Ogni sacco è contrassegnato da un codice univoco riportato a pennarello e dalla data di arrivo.

Tutti i corpi qui presenti provengono dagli scambi tra Russia e Ucraina, insieme allo scambio di prigionieri, unica forma di collaborazione tra i due paesi. Sono stati raccolti dai russi sui terreni conquistati durante la loro avanzata e scambiati in località segrete sotto la supervisione neutrale della Croce Rossa che partecipa anche al finanziamento del materiale per le analisi genetiche.

“Trovo nelle loro tasche i messaggi dei figli che li aspettano a casa” dice alla RSI il medico forense Oleksandr Yanchukov facendo una lunga pausa come se non ci fosse altro da aggiungere per descrivere la fatica del proprio lavoro quotidiano.

I corpi arrivano in condizioni così compromesse, con resti di più persone mescolati tra loro e indistinguibili, che spesso non si riesce ad isolare materiale biologico integro. Solo il 10% ha trovato finora un nome grazie alle corrispondenze con i DNA che i famigliari continuano a consegnare in tutta Ucraina.

I dispersi sarebbero tra i 60 e gli 80 mila. Sono persone delle quali non si sa nulla: non c’è un corpo, nè testimoni, non sono sulle liste dei prigionieri e il luogo di scomparsa è inaccessibile sotto il fuoco nemico.

Il piede di un soldato disperso

Il piede di un soldato disperso

  • RSI

All’estremo ovest del paese, un villaggio nel distretto di Chernivski, accoglie un corpo di un suo abitante che viene riportato a casa dal fronte. Le auto si fermano, i bambini escono da scuola con le maestre, tutti si inginocchiano lungo la strada al passaggio della salma. Solo in questo distretto ci sono funerali ogni giorno.

“Tra noi c’è la promessa di riportare a casa ad ogni costo il corpo del compagno, anche solo una parte, affinché la famiglia abbia qualcosa da seppellire” afferma il comandate che ha consegnato di persona la salma alla madre, alla moglie e al figlio adolescente. Distoglie lo sguardo e non riesce a continuare parlando di tutti quelli che non è riuscito a recuperare.

Non è difficile trovare famigliari alla disperata ricerca dei propri cari.

Nella stessa campagna, a pochi chilometri dal confine con la Romania, Tatiana mi invita ad entrare a casa sua: un fazzoletto di terra, una mucca e qualche gallina, vive di questo. Come altri ha consegnato il DNA, ma finora non ha ricevuto alcuna risposta sulla scomparsa del figlio. Mi mostra un video trovato sui canali di propaganda russi che pubblicano le registrazioni dei droni nel momento in cui uccidono i soldati ucraini. Coincide con l’ora e il luogo di scomparsa di suo figlio ma senza una prova certa che si tratti proprio di lui Tatiana continua a sperare che sia ferito, prigioniero o riuscito a scappare. Si tormenta facendo partire e ripartire il video: “È difficile da guardare ma lo guardo ogni giorno perché non ho più nient’altro.”

Incontro un’altra madre a Kyiv mentre con movimenti lenti cura il suo giardino in un quartiere benestante: “Occuparmi delle piante è l’unica cosa che riesco a fare, prendo sedativi per dormire”. Lo sguardo si perde nel vuoto di tanto in tanto, ha allestito un centro tavola con la foto del figlio Andyi, brillante studente di economia. Quando ha ricevuto la lettera di reclutamento non si è tirato indietro. “Vorrei che i politici che hanno deciso questa guerra provino lo stesso dolore che sto provando io” e aggiunge: “Mi vergogno di questo pensiero che va contro i miei valori, ma è ciò che provo”.

Inna ha tre figli di 11, 8 e 3 anni. Suo marito è stato fermato sulla strada dietro casa e arruolato dalle pattuglie di reclutamento. Da allora non lo ha più visto. La mobilitazione forzata è una pratica fortemente contestata. Per l’Ucraina, a corto di uomini da mandare al fronte contro una potenza in termini di massa arruolabile di gran lunga superiore, è sempre piu difficile sostituire le perdite.

L’ultimo contatto telefonico è stato perso nell’inferno di Pokrovsk, la roccaforte del Donbass difesa fino ai combattimenti corpo a corpo. “Ci ha promesso che sarebbe tornato, tornerà” afferma Inna con la foto del marito in grembo, avvolta nel suo pile militare.

Inna coi suoi figli

Inna coi suoi figli

  • RSI

In Donbass, nella cosidetta “zona di morte” a pochi chilometri dal fronte, Oleksi Yukov e il suo gruppo di volontari “Platsdarm” si muovono sotto droni, campi minati e artiglieria per recuperare i corpi rimasti sui campi di battaglia.

Oleksi ha già subito diversi attacchi, ha perso un compagno e un occhio.

I corpi vengono caricati più in fretta possibile su un furgone e poi esaminati al riparo di una stalla abbandonata. L’odore è insopportabile. Regna un silenzio religioso, rotto solo dai colpi di mitragliatrice a poca distanza.

Oleksi Yukov

Oleksi Yukov

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I sette corpi raccolti questo giorno appartengono a soldati russi. “Che siano russi o ucraini, ogni corpo ha un’anima” dice Oleksi dichiarando di aver raccolto finora 3500 morti. “Per me è importante rimandare a casa i corpi dei soldati russi affinché i loro cari si rendano conto delle morti e, provando il dolore che proviamo anche noi, capiscano che i loro figli, mariti e padri stanno morendo per interessi politici insensati.” Col suo lavoro vorrebbe contribuire a riportare le persone al buon senso e a ciò che ha valore e che accomuna tutti noi esseri umani, ovvero gli affetti e la vita. Una tregua, a suo avviso, si potrà raggiungere quando la popolazione del paese aggressore si ribellerà alle scelte del proprio governo.

La Russia finora riesce ad assorbire le proprie perdite e rimpiazzarle con un flusso continuo di nuove reclute: almeno 30 mila persone al mese.

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