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Il generale Vannacci e il partito preso

Tra il lancio di Futuro Nazionale, le parole d’ordine su immigrazione ed Europa e le polemiche sul femminicidio, l’ex militare prova a trasformare il consenso personale in una forza politica capace di pesare sugli equilibri del centrodestra italiano

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Il generale parla durante la conferenza stampa di domenica a conclusione del congresso fondativo del suo partito
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In Italia si è presentato il movimento di Vannacci

SEIDISERA 15.06.2026, 18:00

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Di: SEIDISERA-Francesca Torrani/sdr 

Si è aperta ufficialmente, nello scorso fine settimana a Roma, la fase politica di Futuro Nazionale, il nuovo movimento fondato dall’ex generale Roberto Vannacci. Un nome già noto anche in Ticino, dove lo scorso 28 gennaio era stato protagonista a Mendrisio di un incontro da tutto esaurito. Il nuovo partito si colloca in un’area marcatamente a destra e fa della critica alle politiche europee, del tema migratorio e della rivendicazione identitaria alcuni dei propri assi centrali. Sul sito di Futuro Nazionale si legge che il programma politico è ancora in fase di definizione e che l’obiettivo è costruire una proposta “seria, concreta e radicata nella realtà dei territori”. Resta da capire se, per l’attuale coalizione di centrodestra, questa nuova presenza rappresenterà un’opportunità di allargamento o piuttosto un elemento di pressione e concorrenza.

Vannacci, eletto con la Lega alle elezioni europee ma di fatto mai pienamente integrato nel partito di Matteo Salvini, ha scelto ora di dare forma autonoma al proprio progetto. Nel congresso costituente di Roma ha riproposto alcuni dei temi che ne hanno segnato l’ascesa politica: la cosiddetta remigrazione, la necessità di rifondare l’Europa, lo slogan dell’“Italia agli italiani” e una retorica apertamente antagonista. In uno dei passaggi più discussi, ha affermato: “Noi rappresentiamo lo scarto, la feccia e siamo orgogliosi di esserlo”.

La vera partita che si giocherà nel 2027

La capacità di Futuro Nazionale di intercettare una parte dell’elettorato sarà misurata soprattutto in occasione delle prossime elezioni politiche, quando l’Italia sarà chiamata a rinnovare il Parlamento e a definire i nuovi equilibri di governo. Nel frattempo, alcune adesioni provenienti da altri partiti, in particolare dalla Lega, sono già state registrate. L’operazione politica dell’ex generale appare dunque come un tentativo di contendere spazio alla destra di governo, spingendola su posizioni ancora più radicali.

A rafforzare la riconoscibilità, ma anche la carica divisiva della figura di Vannacci, sono arrivate le parole pronunciate domenica durante l’assemblea, quando ha sostenuto che “il femminicidio non esiste” e che si tratta di “un omicidio come gli altri”. Una posizione che ha suscitato numerose reazioni. Tra queste, quella della deputata leghista Giulia Bongiorno, secondo cui il punto non è attribuire maggior peso alla morte di una donna rispetto a quella di un uomo, ma riconoscere la specificità della spinta che porta a uccidere una donna per odio, possesso o disprezzo. Bongiorno ha aggiunto di sperare che non vi sia alcuna nostalgia per il reato d’onore.

A contestualizzare la nascita di Futuro Nazionale nel panorama politico italiano è Marco Tarchi, politologo e docente emerito alla facoltà Cesare Alfieri di Firenze. Secondo Tarchi, la collocazione di Vannacci viene spesso interpretata in modo impreciso. “Normalmente lo si colloca in una posizione che, secondo me, non è veramente la sua”, osserva il professore, spiegando che l’ex generale viene talvolta descritto come un nostalgico del fascismo o come esponente dell’estrema destra. Per il professore, invece, gli ammiccamenti a quell’area servirebbero soprattutto a intercettare i delusi dell’ambiente post-missino. La sua cifra politica sarebbe un’altra: “Vannacci è essenzialmente un populista”. Il libro che lo ha reso noto, aggiunge, può essere letto come “una sorta di manifesto del populismo”, fondato su ragionamenti da uomo della strada.

La domanda centrale riguarda ora l’impatto di Futuro Nazionale sulla coalizione di governo. Per Tarchi, molto dipenderà dalle mosse dell’ex generale e da quelle degli altri attori del centrodestra. Con l’attuale legge elettorale, ma anche con un’eventuale riforma voluta dalla maggioranza, una quota di voti stimata attorno al 4,5 o 5 per cento potrebbe rivelarsi decisiva. Vannacci, osserva il politologo, rischia così di diventare “una spina nel fianco” e “un guastafeste”, capace di condizionare almeno in parte l’agenda del centrodestra. Il tema dell’eventuale inclusione di Futuro Nazionale nella coalizione apre però un problema politico rilevante. Le posizioni del movimento potrebbero entrare in tensione con quelle delle componenti più moderate, a partire da Forza Italia. Tarchi ricorda che le leggi elettorali impongono spesso scelte pragmatiche anche a chi rivendica la centralità dei propri valori. A suo giudizio, non vanno dimenticati i precedenti: la rottura tra centrosinistra e Rifondazione Comunista, ma anche la scelta del centrodestra, trent’anni fa, di rinunciare all’apporto del piccolo partito guidato da Pino Rauti.

Quanto agli effetti sui singoli partiti della maggioranza, il politologo ritiene che la Lega abbia già beneficiato della presenza di Vannacci, in particolare alle europee del 2024, dove l’ex generale ottenne un forte risultato personale in termini di preferenze. Uscendo da quell’area, osserva, Vannacci avrebbe in qualche modo ripreso ciò che aveva portato. La Lega, spiega, ha oggi sufficienti tensioni interne per non essere necessariamente il principale bersaglio dell’erosione elettorale.

Il rischio maggiore, in prospettiva, potrebbe invece riguardare Fratelli d’Italia. Per lo studioso vi sarebbe infatti una maggiore contiguità tra le parole d’ordine di Vannacci e una parte dell’elettorato del partito di Giorgia Meloni rispetto a quanto accada con l’attuale base residua della Lega. Salvini, aggiunge, potrebbe comunque tentare di coprirsi a destra irrigidendo ulteriormente le proprie posizioni sul tema dell’immigrazione, anche in relazione all’ipotesi di un ritorno al ministero dell’Interno. Ma, conclude Tarchi, “la Meloni ha di più da temere”.

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