La testimonianza

Libano: spie di Israele fra gli sciiti, “li ricattano o li pagano”

Un ex presidente del tribunale militare libanese rivela le dinamiche del reclutamento di informatori usati per gli omicidi mirati contro i vertici di Hezbollah

  • Un'ora fa
Beirut: sostenitori di Hezbollah
02:29

SEIDISERA del 21.06.26, il servizio di Bettina Müller

RSI Info 21.06.2026, 23:09

  • Archivio Keystone
Di: Bettina Müller (inviata RSI in Libano), servizio originale - ludoC, adattamento

Nel sud del Libano regna una cauta calma dopo il cessate il fuoco con Israele. Ma dietro gli omicidi mirati condotti negli ultimi mesi da Tel Aviv contro i vertici di Hezbollah si cela una storia poco raccontata: quella di una rete capillare di informatori locali, reclutati spesso all’interno della stessa comunità sciita che Hezbollah dice di rappresentare.

Negli ultimi anni centinaia di libanesi sospettati di spionaggio a favore di Israele sono stati arrestati, e una trentina condannati. Alcune di quelle sentenze portano la firma di Mounir Chehadeh, presidente del tribunale militare libanese fino a pochi anni fa.

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Il Libano visto con gli occhi della nostra inviata Bettina Müller

Prima Ora 16.06.2026, 18:00

“Ricatto, soldi, vendetta”

Come si recluta una spia all’interno della propria comunità? Chehadeh elenca tre categorie principali. La prima è il ricatto: “Israele tiene d’occhio le persone, scopre relazioni extraconiugali o casi di corruzione e minaccia: o lavori con noi o verrai smascherato”, spiega alla RSI. La seconda è economica: “Molta gente ha fame. E molte persone dell’ambiente della resistenza fanno gli informatori per via della povertà”. I compensi, spiega, variano dai 500 ai 5’000 dollari, a seconda della rilevanza delle informazioni fornite. “Per un anno di collaborazione, 5’000 dollari. Non molto.”

C’è poi chi agisce per rabbia o vendetta personale: contro un ex datore di lavoro, contro qualcuno che odia. E infine una categoria particolare: chi non sa nemmeno di lavorare per Israele. “Pensa di essere contattato da un fornitore che chiede le coordinate di un’azienda di cemento, e non sa che in realtà è il Mossad che vuole colpirla.”

Il caso dei cercapersone: “Un atto terroristico”

Chehadeh è categorico sull’operazione del settembre 2024, quando migliaia di cercapersone e ricetrasmittenti usati dai membri di Hezbollah esplosero quasi simultaneamente, uccidendo nove persone e ferendone gravemente migliaia. “Per me è stato un atto terroristico. Il piano era di uccidere 4’000 persone in quattro secondi, senza badare ai civili esposti all’esplosione a catena.”

Sorprendentemente, secondo l’ex giudice quella operazione non richiese una rete particolarmente fitta di informatori locali. La chiave fu un’anomalia commerciale: “Un uomo arriva a Taiwan e compra 200 ricetrasmittenti. Poi torna dopo un mese e ne compra 30’000. È ovvio che la cosa desta sospetto.” Gli israeliani, venuti a sapere dell’acquisto, crearono una società fittizia e offrirono prezzi più bassi per aggiudicarsi la fornitura, inserendo così i dispositivi compromessi nella catena logistica di Hezbollah. “È così che è andata”, conclude Chehadeh.

Dall’archivio:

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Attacco contro Hezbollah in Libano

Telegiornale 17.09.2024, 20:00

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