Quel che resta della Siria

Roberto Antonini e Paola Nurnberg, dopo sette giorni "nel cuore della guerra" stanno per rientrare in Svizzera

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Homs e Hama sono due città siriane. Distano tra loro 46 km. Entrambe hanno conosciuto la guerra. La distruzione. L'ultimo attacco, nella provincia di Hama, è del 18 maggio scorso. Homs e Hama, però, sono anche i nomi di due squadre di calcio. A Homs, venerdì scorso, gli inviati della RSI - Roberto Antonini e Paola Nurnberg - li hanno visti giocare. Una partita regolare. Novanta minuti. Ma... quanta voglia di normalità, di pace, in quella partita!

Adesso, dopo una settimana trascorsa "nel cuore della guerra", i due colleghi stanno per tornare in Svizzera. Lo faranno domani, martedì, da Beirut, dallo stesso punto dal quale erano partiti. Molte le cose che hanno visto e raccontato. Molti coloro che, dalla Svizzera, li hanno seguiti nel viaggio in quello che non sembra ancora essere il termine della notte. Loro, da cronisti, hanno raccontato delle distruzioni massicce, della barbarie contemporanea, ma anche delle persone che, nonostante la desolazione che li circonda, hanno deciso che bisogna ricominciare a ricostruire. Bisogna ricominciare a vivere. Ne hanno riferito nei loro reportage: web, radio e tv. Poi, sui rispettivi profili Facebook e Twitter, hanno inserito quelle immagini che non potranno mai dimenticare. Abbiamo, con il loro permesso, saccheggiato le loro bacheche e poi abbiamo chiesto loro di raccontarci, come persone, quel che resta, a loro, di questo passaggio in Siria.

La Siria che resta a Paola

Ho visto per la prima volta la Siria lo scorso settembre, non mi aspettavo quindi grandi trasformazioni, invece sono rimasta sorpresa di quello che ho trovato. A partire dalla conferma della dignità delle persone che, pur vivendo in condizioni che noi comodamente abituati a guardare la guerra distesi su un divano non sapremmo neppure immaginare, vanno avanti a testa alta e lavorano per far riprendere fiato a questo paese, senza nemmeno sapere se siano diretti nella giusta direzione. Sette giorni in Siria mi hanno insegnato che: i tempi non sono quello che promettono i siriani, e pazienza; è difficile far comprendere il bisogno (di noi giornalisti) di bilanciare equamente ogni giudizio e soprattutto di abbandonare ogni pregiudizio; fuori dalla Siria, a parte qualche Paese che per prossimità ha facilità a comprendere la situazione, le cose sono percepite in modo diverso. Una lunga premessa che non ha la pretesa di dare risposte, ma che serve a spiegare perché non si ha voglia di partire, e di restare ancora un po’. Per comprendere di più, per il bisogno di restituire, dove possibile, i sorrisi e il calore ricevuti, per poter trasmettere qualcosa che vada al di là della mera cronaca giornalistica. Impossibile dimenticare, e poco lo spazio per raccontare, le mani strette in questi giorni, i caffè e i tè offerti (impossibile rifiutare), le tante, tantissime domande e alcune senza risposta, le persone incontrate e tutte con una storia o la disponibilità a raccontare. Gli infiniti posti di blocco, i razzi sopra le nostre teste, il rumore degli spari in lontananza, le interviste, le ore in auto con in testa il pezzo da scrivere, i quartieri distrutti e la vita che va avanti come sempre, le cene consumate velocemente prima di chiudersi in camera a terminare il lavoro fino a notte, le lacrime della nostra interprete - poco fa - che ci ha salutato. Per me la Siria è stata questo. Un discorso rimasto sospeso, forse a causa di un finale che tutti attendono ma che deve ancora essere scritto.  

La Siria che resta a Roberto

E’ paradossale, forse, ma si lascia la terra della grande guerra con nostalgia e con ficcate nella mente anche istantanee di bellezza e umanità. La barbarie è spaventosa, qui si entra nel regno del male, le zone limitrofe dell’incubo sono ovunque da Damasco a Homs fino su, ad Aleppo. Lo scempio immane interroga il senso del nostro lavoro: a che serve raccontare di nuovo la più brutale delle barbarie? Ci si sposta con un po’ di apprensione anche se i momenti più feroci del conflitto qui sembrano passati: tra una miriade di checkpoint, campi minati, carcasse di carri armati, crepitii di artiglieria, boati di esplosione e un razzo che sfiora la macchina, il viaggio è gravido di insidie. Eppure partendo, questa Siria ce la si ritrova un po’ dentro di sé, nel cuore. Per il più grandioso degli spettacoli: l’oasi delle Palme, ferita ma maestosa, che ci attende nel profondo silenzio e nella luce abbagliante del deserto. Ma di Palmira un’altra immagine rimane incancellabile: quella di soldati e ufficiali, che riparati dalla stecca del sole sotto una tettoia di un improvvisata diroccata caserma in una città ormai fantasma, ci invitano a chiacchierare per poi proporci di bere con loro una bottiglia di Whisky: uniformi sgualcite, sottopagati, condizioni di vita proibitive, una vita costantemente a rischio, ci offrono amicizia, parole, sorrisi. Così improvvisamente nasce un ambiente festoso imbottito di umanità: come d’incanto, la guerra svanisce, anche se in lontananza riecheggiano gli spari. Rimangono impresse tante altre immagini: quelle degli En Jabbour, una famiglia che ci accoglie nella loro casa semidistrutta di Homs che con indicibile forza di volontà, tutti e quattro, padre, madre e due figli adolescenti, vogliono rendere di nuovo abitabile. Ma anche quella del padre che ha perso tutto e che accompagnato dai due figli incontriamo in un quartiere letteralmente sbriciolato di Aleppo mentre sta vagando per cercare lavoro. E poi quella madre nel quartiere sciita di Damasco che guarda con affetto il suo bimbo che ha perso un gamba in un attentato. Non dimenticheremo tanto presto neppure Suha, la nostra interprete, professionale e empatica, capace di reggere le 14-16 ore di lavoro quotidiane, madre di tre figli, che in questo lavoro rischia la vita. I libri di storia ci ricordano quanto questo paese fosse straordinario: nel XVII un console francese parlava di Aleppo come la città più bella dell’impero ottomano, due secoli più tardi il poeta Lamartine scriveva che nessuna città della terra assomiglia tanto all’Eden quanto Damasco. La guerra è l’apice della perversione. Ma partendo ci rendiamo conto di un’altra piccola perversione: quella di credere che questo conflitto non ci riguardi. Perché a Palmira, Aleppo o Homs c’è qualcosa di noi stessi, della nostra storia, che se ne è andato.

 

Da qui in poi... il racconto di una settimana speciale.

m.c.

Diario di viaggio:

L'ingresso di una cantina adibita a stamperia per la propaganda dello Stato islamico
L'ingresso di una cantina adibita a stamperia per la propaganda dello Stato islamico (rsi)

E' stata un crocevia tra oriente e occidente, la perla del deserto, l'oasi dalla bellezza mozzafiato tra l'Eufrate e il Mediterraneo. Transito di avorio, ebano, spezie, stoffe, marmo, ceramiche, tra mondo romano, persiano, indiano, cinese. Quando arriviamo in fine mattinata, le ferite nel sito archeologico appaiono impressionanti... - Palmira, l'anima di un paese

Distruzione a Homs
Distruzione a Homs (RSI)

Al Waer, alla periferia di Homs, attende di rinascere. In questi giorni deve essere infatti portata a termine la cosiddetta evacuazione delle milizie (dentro questo distretto ce n’è una quindicina) che scelgono di non riconsegnare le armi e di farsi portare quindi nella provincia di Idlib, a loro destinata. Quasi 20'000 le persone in partenza, con la partecipazione, in questa fase, di molti militari russi, arrivati con mezzi blindati per scortare gli autobus verdi fino alla loro destinazione finale. - "

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Padre Ibrahim
Padre Ibrahim (RSI)

La messa nella Chiesa di San Francesco vede riuniti una trentina di fedeli. La comunità cristiana ha perso i 2/3 dei suoi membri in questi anni di guerra. Molte famiglie  hanno trovato rifugio in Libano e soprattutto in Europa. Padre Ibrahim è la guida spirituale di chi ha avuto il coraggio di rimanere. Quando lo incontriamo alla fine della funzione religiosa, ci spiega quanto la Chiesa sta facendo nel campo dell'aiuto umanitario e della ricostruzione: distribuzione di cibo e acqua potabile, assistenza sanitaria, ricostruzione di case. - "La Siria secondo padre Ibrahim"

Una città da rimettere in piedi
Una città da rimettere in piedi (RSI/Paola Nurnberg)

L’impatto con la sofferenza di Aleppo è tremendo. E’ nel silenzio delle sue strade deserte dove non c’è più nulla, è nell’immenso ammasso di macerie che hanno reso questa antica e bellissima città un luogo senza identità, uguale a tanti altri che hanno conosciuto la guerra. Per noi camminare in mezzo agli edifici che stanno in piedi per miracolo è un pugno nello stomaco... - "

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Le immagini all'arrivo in questa città del nord del paese, capitale della ribellione e della guerra fino alla recente cessazione delle ostilità il 22 dicembre scorso non sorprendono. Sono lo specchio di quell'incubo che hanno immortalato negli ultimi anni fotografi e cameraman: case sventrate, palazzi sbriciolati, ammassi di macerie... - "

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Il nostro diario di viaggio siriano inizia da Damasco. La capitale, dove la vita in alcune zone scorre fluida e almeno all’apparenza nella normalità, conosce ancora diverse aree dove c’è molta tensione... - "

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Il confine con la Siria lo si attraversa grazie anche ad Hezbollah. Incontriamo uno dei comandanti delle milizie armate sciite. Abou Hassan, 57 anni, ci accoglie nel suo bugigattolo del quartiere. La giacca non riesce a nascondere la fondina della pistola; un kalashnikov è poggiato sulla poltrona, sul televisore scorrono le immagini di mullah, predicatori col turbante rigorosamente nero… - "

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