Le piazze iraniane continuano a essere teatro di proteste senza precedenti contro il regime. Da due settimane, migliaia di persone sfidano la repressione chiedendo cambiamento politico, più diritti e migliori condizioni economiche. Anche il Governo ieri ha mobilitato le piazze e migliaia di sostenitori sono scesi in strada in difesa della Repubblica islamica, immagini poi ampiamente diffuse dalla tv di Stato.

Iran, controproteste a favore del regime
Telegiornale 12.01.2026, 20:00
Intanto in Ticino, la diaspora iraniana segue con apprensione e speranza gli eventi, pur con grandi difficoltà di comunicazione con chi è rimasto in Iran. “Siamo tristi e arrabbiati, ma speriamo di vincere perché la protesta in strada non si ferma”, racconta Meysam Lotfi, esule iraniano, che vive in Ticino da sei anni. “Questa volta è diverso perché tutti i popoli iraniani sono in piazza a protestare e non mollano, per nessun motivo. Con tutte le difficoltà e le violenze che ci sono, stanno ancora protestando”, gli fa eco Mojgan Mashini, voce della diaspora iraniana, residente in Ticino da ormai 25 anni.
Secondo gli osservatori, i giovani sono la forza motrice delle manifestazioni. Chiedono indipendenza, autonomia, diritti e la fine della Repubblica Islamica. “I nostri adolescenti – prosegue Mojgan Mashini – adesso sono molto differenti rispetto a quelli di molti anni fa. Vogliono la vita. Non sono tante le cose che vogliono. E in fondo è una sola la cosa che i giovani dovrebbero avere, che tutti dovremmo avere: libertà”.
Le donne, ancora una volta, sono protagoniste centrali della resistenza. In questi giorni è diventato virale il video di un’attivista iraniana emigrata in Canada che si è filmata mentre accende una sigaretta da un’immagine in fiamme del leader supremo, l’Ayatollah Khamenei. “La nostra rivoluzione – aggiunge Mojgan Mashini – è iniziata con la morte di Mahsa Amini. Allora tutte le donne erano in piazza. E oggi ancora le donne danno forza ai nostri uomini in Iran, per cercare di vincere questa rivoluzione”.
La tensione è accresciuta dal blocco di internet imposto dal governo iraniano, che rende impossibile contattare amici e familiari. “Da giovedì – conferma Meysam Lotfi – non riusciamo a parlarci perché hanno bloccato internet. Il Governo ha paura, come sempre. Fanno sempre così. Non sappiamo se i nostri genitori, fratelli o amici sono vivi oppure no”.
Secondo le stime ufficiali, le vittime delle proteste confermate sono circa 500, ma fonti non governative parlano di oltre 2’000 morti, a cui si aggiungono decine di vittime tra le guardie. Gli arresti oscillano tra 2’600 e oltre 10’600 persone. E gli ospedali sono al collasso. La repressione colpisce duramente anche le minoranze etniche e religiose. “Il Governo – sostiene Teresa Momtaz Petralli, presidente della comunità bahá’í di Lugano, sposata con un esule iraniano da 46 anni - in questi giorni continua a fare quello che ha fatto negli ultimi 46 anni con la comunità bahá’í, cioè perseguitarli, metterli in prigione, ucciderli, impiccarli e farli sparire dalla circolazione”.
Sul piano internazionale, si discute di un possibile intervento degli Stati Uniti per rovesciare il governo iraniano, ma per ora non ci sono segnali concreti. Nelle ultime ore il presidente americano Donald Trump su Truth ha però annunciato che, con effetto immediato, qualsiasi Paese che intratterrà rapporti commerciali con l’Iran dovrà pagare una tariffa del 25% su tutte le transazioni commerciali effettuate con gli Stati Uniti”. Un primo passo. “Io – afferma Meysam Lotfi – ho parlato con tante persone iraniane che stanno aspettando un aiuto, una mano, da Trump. Finora non ha fatto niente, ma speriamo che passino all’azione”.

Il ritratto di Reza Pahlavi
Telegiornale 12.01.2026, 20:00
Tra le figure centrali delle proteste emerge Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià dell’Iran, che dall’esilio negli Stati Uniti intensifica gli appelli all’azione e incita il popolo a ribellarsi. Pahlavi è invocato almeno da una parte dei manifestanti, ma secondo diversi analisti più che altro per mancanza di una vera e propria alternativa. “Io penso – afferma ancora Meysam Lotfi – che l’unica persona che può avere le carte in mano per riuscire a fare cadere l’attuale Governo è proprio lui”. “Pahlavi però - conclude Lotfi - ha detto di voler fare un referendum dopo 100 giorni. Non vuole rimanere per sempre. E poi finalmente il popolo iraniano potrà scegliere. Perché quello che vogliamo noi... è la democrazia”.

Repressione violenta in Iran
Telegiornale 11.01.2026, 12:30










