(keystone)

Il Totem del Progresso

L'economia non si può fermare!

di Mattia Cavadini

Nei Nuovi credenti, componimento in terza rima, Leopardi  nel 1835 descrive gli intellettuali che gravitavano attorno alla rivista Progresso in modo caustico, accusandoli di vacuo ottimismo. Alle élites del suo tempo Leopardi rimproverò ignoranza e sciocchezza, ma soprattutto il non sentire e il non sapere che il progresso liberale, che loro vedevano come la panacea per tutti i mali, nascondeva un disastro e un dissesto senza ritorno.

Leopardi anticonformista
Leopardi anticonformista Intervengono i prof. Cesare Annibaldi e Marco Maggi (Archivi RSI, 2009)

Dai tempi di Leopardi, tempi in cui la Modernità (con la sua celebrazione dell’utile e del profitto) iniziava ad affacciarsi all’orizzonte, ad oggi poco è cambiato. Le magnifiche sorti e progressive continuano ad esercitare una fascinazione assoluta ed inscalfibile. E così, oggi come allora, si sentono voci altisonanti levarsi: non si può fermare il progresso, non si può arrestare l’economia, l’utile ha ricadute su tutta la società, l’indotto è trasversale e va a beneficio di tutti.

Cosa incredibile è che alla celebrazione di questo refrain partecipano le voci più disparate, dai piccoli artigiani ai manager industriali, dai colletti bianchi della finanza alle tute blu della fabbrica, sino coinvolgere anche i nuovi dumpizzati, gli impiegati di commercio e il personale della ristorazione. E vi partecipano in modo automatico, senza che una forza superiore li costringa o li consoli, ma mossi da una sorta di servilismo volontario, come incantati e affascinati, convinti che dalla celebrazione del Progresso possa colare qualcosa che va a vantaggio di tutti.

Étienne de La Boétie e la servitù volontaria
Étienne de La Boétie e la servitù volontaria A cura di Letizia Bolzani (Archivi RSI, 2015)

Non si sa come, ma attorno al Totem del Progresso sembra riconciliarsi l’intera società atomizzata di oggi, quella stessa società che di norma litiga su tutto, in preda a una guerra molecolare in cui ognuno è assorbito dal proprio interesse ombelicale ed è pronto a schiacciare gli altri e ad usarli come mezzi per il proprio vantaggio. Ed invece, attorno a questo Totem, tutti gli egoismi, come per miracolo, collimano, dando origine ad una danza estatica, che potremmo definire la danza degli egoismi socializzati, cui tutti partecipano convinti che dalla sopravvivenza del Totem dipenda anche quella della comunità.

Ed invece proprio questa danza sarà la causa del collasso. Non tanto per una profezia catastrofista, ma per un semplice dato di realtà: come è possibile celebrare e magnificare l’idea di un progresso illimitato dentro un universo limitato? Questa incongruenza (sebbene si faccia di tutto per misconoscerla) sta avendo conseguenze disastrose già oggi, sia a livello sociale (con una disuguaglianza crudele nella distribuzione delle risorse), sia a livello ambientale (con l’annichilimento della biodiversità), sia a livello climatico.

Ma a farne le spese, in una parola, è la Bellezza. Quella bellezza che emana dalle cose e dalle persone quando esse sono in pace. Quando non sono sfruttate, alienate, usurpate. Ebbene questa Bellezza (la bellezza delle cose in se stesse) è stata lacerata e corrosa proprio dal mito del Progresso, che ha trasformato il mondo in risorsa da sfruttare e che ha fatto dell’uomo un mezzo, azzerato dentro i meccanismi della produzione.

E così, seduti attorno al Totem del Progresso, stiamo perdendo noi stessi. Il Totem, senza che ce ne accorgiamo, ci sta imponendo le sue leggi: ambizione, carriera, denaro, l’uso degli altri come mezzi, l’uso dell’eros come potere. Ci sta abbruttendo. E allora, forse, è il caso di farne un bel falò, di questo Totem. Leopardi, del resto, nella Ginestra suggeriva una cosa non dissimile: non bisogna accettare le cose come sono (il Progresso come un dato incontrovertibile) ma opporsi, ridestarsi: riscoprire il valore della gratuità, della solidarietà, dell’amore dato senza tornaconti, del dono fine a se stesso che spezza la logica mercantilistica.

E poi, una volta ridestati, occorre rivolgere questo nuovo modo di vivere, non solo agli altri uomini ma anche al mondo. Perché, se vogliamo salvare il pianeta, salvando al contempo noi stessi, dobbiamo concepire tutti gli altri esseri (umani, animali, vegetali, minerali) non come oggetti da possedere e dominare, ma come bellezza da custodire, rispettare e onorare. Pensare al mondo e agli altri come bellezza significa uscire dalla logica dell’uso strumentale delle risorse umane e naturali e abbracciare la logica della cura e dell’amore. L’unica che potrà salvare il mondo.

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