Serviva un bel coraggio per sostituire un tipo carismatico come Peter Gabriel alla testa di uno dei più amati gruppi rock di sempre: i Genesis. Serviva una certa saldezza di nervi, specie se all’apparenza non avevi proprio le caratteristiche di una star: stempiatura incipiente, viso paffuto, statura non elevatissima. Ma il talento non si misura in centimetri né si rimira allo specchio.
Phil Collins ha raccolto la sfida: cinque anni dopo essere entrato come batterista nella band britannica, nel 1975 ne è diventato il frontman. Questo una volta constatato, provino dopo provino, che nessuno dei candidati era adatto al ruolo.
Ha raccolto la sfida e ha pure rilanciato, imprimendo al gruppo la svolta che lo ha condotto dal progressive dei ’70 al pop da classifica, con album come Abacab (1981), l’omonimo dell’83, Invisible Touch (1986) e We Can’t Dance (1991). Uno scivolamento verso lidi più caldi, più vicini al sentire del grande pubblico, proprio come è nelle corde del personaggio Phil Collins.
Gli ’80, quelli dell’apice del successo, lo vedono impegnato sia con la band sia come solista. Porta la sua firma Face Value (1981), il disco che contiene In the Air Tonight, pietra angolare della musica di quel periodo, con il fill di batteria forse più famoso del pop.
Seguiranno Hello, I Must Be Going! e No Jacket Required, entrambi in grado di piazzare qualche numero 1 in classifica in patria e negli Stati Uniti. Chiusura nel 1989 con ...But Seriously, quello di un’altra hit che tutti almeno una volta nella vita avremo ascoltato da qualche parte: Another Day in Paradise.
Restiamo nei fiammeggianti Eighties del Nostro, irraggiungibile per la facilità nel collocarsi, con i suoi singoli, nella Top 40 USA. Collins è una sorta di Re Mida che rende oro tutto ciò che tocca. Produce Easy Lover, brano scritto con Phil Bailey degli Earth, Wind & Fire, che è un successo, così come il gradimento arride all’Eric Clapton di Behind the Sun, a cui Collins dà il suo contributo come musicista e produttore, rilanciando “Slowhand” grazie a un suono rinnovato.
A metà esatta del decennio riesce nell’impresa di diventare “popstar dei due mondi”. È il 13 luglio del 1985: nel Regno Unito e negli USA si sta svolgendo il Live Aid, il megaconcerto benefico organizzato da Bob Geldof e Midge Ure. Collins si esibisce a Wembley e poi, lo stesso giorno, dopo aver viaggiato sul Concorde, a Philadelphia. Al Kennedy Stadium si siede anche dietro le pelli per accompagnare Page, Plant & Jones nella attesa reunion dei Led Zeppelin.
Saldamente inserito nel ristretto novero degli artisti da centinaia di milioni di dischi venduti, è l’unico ad aver vinto Oscar (con You’ll Be in My Heart, per il Tarzan di Disney), Golden Globe (2) e Grammy (8).
Per il cinema è stato anche attore: tra i momenti più alti, la parte da protagonista nel film Buster (1988) e quella, in qualità di ospite speciale, in un episodio di Miami Vice, a suggello del decennio incredibile descritto poc’anzi.
Non solo allori nella vita di Collins, che si è sposato tre volte e da questi matrimoni ha avuto quattro figli. Le questioni private hanno avuto il loro influsso su quelle professionali, e hanno segnato l’uomo nel profondo, se è vero che, nell’esprimersi sul tema, ha evidenziato il senso di fallimento generato dai divorzi.
75 anni compiuti da poco (è nato il 30 gennaio 1951), oggi i problemi fisici ne stanno condizionando pesantemente la carriera, a tal punto da averlo costretto a ritirarsi dalle scene.
Forse sono state le sue origini medio borghesi - padre assicuratore, madre agente teatrale - a fargli mantenere i piedi per terra. Nessun eccesso modaiolo, nessun colpo da istrione, solo tanto lavoro e vicinanza al pubblico: quest’ultimo ha ricambiato con affetto, lo ha vissuto come una figura priva di quel distacco comune a tanti divi.
«Il mondo è nelle tue mani. Usalo», recita la sua citazione più emblematica, tratta da Dance into the Light. Perché essere una persona comune non significa non poter pensare in grande.
Buon compleanno Phil Collins!
Millevoci 30.01.2026, 10:05
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