Ritratti e storie

Moscacieca, la cena dove il buio illumina

A Casa Andreina un’esperienza che toglie la vista per accendere tutti gli altri sensi: il progetto di Unitas che sensibilizza sulla cecità

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A cena nel buio, dove chi non vede diventa guida

RSI RSI Food 28.05.2026, 16:25

  • © RSI - Alessia Rauseo
  • Alessia Rauseo, Daniele Alves Barreiro
Di: Daniele Alves Barreiro e Alice Tognacci 

Il buio è una delle paure più antiche dell’essere umano. Eppure, nella vita di tutti i giorni, è diventato quasi impossibile incontrarlo davvero: case illuminate, lampioni, schermi, smartphone e insegne ci accompagnano ovunque.

Cosa succede, allora, quando la luce scompare del tutto? Quando non possiamo più affidarci agli occhi per orientarci, riconoscere un piatto, versare l’acqua in un bicchiere o capire lo spazio intorno a noi?

È da questa domanda che prende forma Moscacieca, il progetto di Unitas, Associazione ciechi e ipovedenti della Svizzera italiana, che a Casa Andreina, a Lugano, propone regolarmente delle cene al buio. Un’esperienza pensata per sensibilizzare il pubblico alla realtà della cecità e dell’ipovisione, ma anche per ribaltare, almeno per una sera, il punto di vista.
«Entrare in sala significa perdere la vista. In quel momento la situazione si ribalta: sono le persone cieche a vedere, mentre chi vede deve imparare a orientarsi senza gli occhi», racconta Marco Rutz, caposervizio di Casa Andreina.

Entriamo, perdiamo la vista. E in quel momento la situazione si ribalta: sono le persone cieche a vedere.

Marco Rutz

Marco Rutz, caposervizio di Casa Andreina. Coordina il progetto Moscacieca da quando Unitas ne ha affidato la gestione diretta al centro. Arrivato al mondo della disabilità visiva attraverso il suo percorso nel sociale, racconta questo progetto come un’esperienza capace di rendere comunicabile ciò che spesso è difficile spiegare: cosa significa non vedere. Ogni cena, dice, è diversa perché cambiano le persone, le percezioni e le emozioni che il buio porta con sé.

Marco Rutz, caposervizio di Casa Andreina. Coordina il progetto Moscacieca da quando Unitas ne ha affidato la gestione diretta al centro. Arrivato al mondo della disabilità visiva attraverso il suo percorso nel sociale, racconta questo progetto come un’esperienza capace di rendere comunicabile ciò che spesso è difficile spiegare: cosa significa non vedere. Ogni cena, dice, è diversa perché cambiano le persone, le percezioni e le emozioni che il buio porta con sé.

  • © RSI - Alessia Rauseo

Una cena al buio per capire cosa significa perdere i riferimenti

Una cena al buio è un’esperienza sensoriale unica in cui i partecipanti degustano i piatti in totale oscurità, lasciandosi guidare esclusivamente da sapori, profumi e consistenze. A servire gli ospiti è personale con disabilità visiva, che conduce i partecipanti in un percorso coinvolgente.

Per entrare all’interno della sala ci si dispone in fila indiana, con in testa il personale. Una volta seduti a tavola, si siedono a tavola, si degustano le portate senza conoscere in anticipo il menù. Le intolleranze alimentari vengono raccolte prima della serata, ma i piatti restano una sorpresa. 

«Io reputo le cene al buio un’immersione sensoriale», spiega Rutz. «Entriamo, perdiamo la vista, non ce l’abbiamo più. Il gusto cambia, l’udito cambia, il tatto cambia. E ci facciamo mille domande: come faccio a versare l’acqua nel bicchiere? Come faccio a capire cosa sto mangiando?».
Il buio, qui, è lo strumento attraverso cui avvicinarsi, in modo immediato, a una realtà che per chi vede può essere difficile anche solo da immaginare.

Chiunque voglia uscire dai propri schemi deve provare la cena al buio. A volte cerchiamo di immedesimarci nelle difficoltà delle persone non vedenti, questa esperienza è un modo concreto di immergersi con tutti i sensi in questa realtà. Entrare in sala significa perdere la vista, nella stanza in cui si cena si ribalta la situazione: sono le persone cieche a vedere e tocca a noi vedenti ritrovarci senza vista.

Marco Rutz, caposervizio di Casa Andreina

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Quando il gusto cambia: mangiare senza vedere

Questo tipo di cena si trasforma in un’esperienza fuori dall’ordinario, un momento prezioso che permette di entrare in contatto diretto con la realtà delle persone non vedenti e ipovedenti, stimolando la riscoperta di tutti gli altri sensi.

Perché Moscacieca racconta anche qualcosa di molto concreto sul nostro rapporto con il cibo: quanto mangiamo davvero con gli occhi?

Durante la cena, i piatti diventano una scoperta fatta di consistenze, profumi, temperature, croccantezze, acidità. Senza la vista, anche un ingrediente familiare può diventare irriconoscibile.

«Noi mangiamo con la vista, la verità è questa», dice Rutz, ricordando una partecipante che, entrando, aveva espresso il desiderio di non trovare broccoli nel menù. A fine cena, entusiasta, aveva commentato quanto fosse stato buono tutto. E i broccoli c’erano.

Alexander Künzle, cuoco di Casa Andreina, ricorda che in una delle sue prime cene di Moscacieca, un dessert a base di carpaccio d’ananas gli ha insegnato una lezione importante: al buio, ciò che al tatto non viene riconosciuto può essere lasciato nel piatto, anche se è qualcosa che piace. 

Mi piace giocare con le consistenze, il croccante, i gusti, l’acidità», racconta. «La cena al buio mi permette di ampliare tante cose.

Alexander Künzle, cuoco di Casa Andreina e del progetto Moscacieca

Alexander Künzle: cuoco da cinque anni a Casa Andreina. Alla base del suo entusiasmo c’è il divertimento tra i fornelli, un divertimento che si traduce in crescita non solo professionale ma anche umana. Da alcuni anni sperimenta inoltre la cucina molecolare, utilizzata anche nelle cene al buio.

Alexander Künzle: cuoco da cinque anni a Casa Andreina. Alla base del suo entusiasmo c’è il divertimento tra i fornelli, un divertimento che si traduce in crescita non solo professionale ma anche umana. Da alcuni anni sperimenta inoltre la cucina molecolare, utilizzata anche nelle cene al buio.

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Una storia fatta di persone: in sala, chi non vede diventa guida

«Non manca un po’ di tentennamento iniziale», ci raccontano Barbara Veccia e Marisa Varano, cameriere di Casa Andreina, «ma una volta seduti al tavolo i partecipanti si lasciano andare a ciò che sta accadendo, godendosi così l’esperienza». I segreti per convincere gli ospiti a proseguire l’avventura sono comprensione e fiducia, due ingredienti che non mancano mai nella tavolata di Moscacieca.

Ogni tanto dico: fidati ciecamente

Barbara Veccia, cameriera di Moscacieca

Barbara Veccia e Marisa Varano: sono due delle nove persone che lavorano come cameriere nel progetto Moscacieca. Entrambe descrivono il proprio lavoro con passione, sottolineando come richieda grande concentrazione. Raccontano di trovare sempre nuovo entusiasmo, alimentato anche dalla soddisfazione e dalla curiosità dei clienti.

Barbara Veccia e Marisa Varano: sono due delle nove persone che lavorano come cameriere nel progetto Moscacieca. Entrambe descrivono il proprio lavoro con passione, sottolineando come richieda grande concentrazione. Raccontano di trovare sempre nuovo entusiasmo, alimentato anche dalla soddisfazione e dalla curiosità dei clienti.

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I commensali di Casa Andreina non sono però i soli ad avere dubbi iniziali, anche Marisa Varano e Barbara Veccia hanno inizialmente esitato a partecipare all’iniziativa come cameriere. Sono stati il tempo e le persone a convincerle: «Le esperienze vissute durante le cene al buio sono impagabili e ci danno grandi soddisfazioni, facendoci tornare a casa sempre con il sorriso».

Per Barbara, questo progetto non è solo un impiego o una serata di servizio: «Arrivo a casa stravolta, ma soddisfatta, perché so di aver fatto una cosa bella». E Moscacieca è anche un luogo in cui sentirsi riconosciuta per quello che sa fare. Poi aggiunge una frase semplice, ma potentissima: «Stasera ho mal di schiena da morire, ma io volevo lavorare. Sono venuta lo stesso».

Qui posso essere me stessa. Anche se mi cade un bicchiere e si rompe, nessuno mi sgrida. Nella vita passata e nei lavori passati era sempre un criticarmi: non va bene qui, non va bene lì. Qui posso essere me stessa!

Barbara Veccia

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80 anni di Unitas e un futuro di progetti

Prima Ora 28.04.2026, 18:00

Moscacieca, una scuola di vita

L’iniziativa Moscacieca è sinonimo di crescita e scoperta, «si tratta di un’esperienza più unica che rara, che porta anche a riflettere sulla vita», sottolinea Künzle.

Ogni domanda relativa alla realtà della cecità e dell’ipovedenza trova risposta. Il personale è sempre pronto a rispondere alle domande dei clienti, da “come si riempie il calice di vino senza vedere?”, fino alle domande legate alla quotidianità delle persone non vedenti.

“Avete illuminato il buio”, “al buio mi si è accesa una lampadina”, “esperienza riflessiva e toccante”; sono questi alcuni dei commenti lasciati dai clienti a fine serata. Quella di Moscacieca, progetto unico nel territorio ticinese, è l’opportunità, afferma Rutz, di «fare un’esperienza che lascia emozioni indimenticabili».

In fondo, come scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne Il Piccolo principe, “non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

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Casa Andreina 

La domenica popolare 30.11.2025, 10:15

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