Al di là delle reazioni pro o contro l’intervento militare statunitense in Venezuela, il fattore chiave in questa operazione USA sarà la gestione del petrolio venezuelano. SEIDISERA della RSI ha intervistato Demostenes Floros, responsabile Energia del Centro Europa Ricerche e docente di Geopolitica dell’Energia presso l’Università di Padova, per capire la portata economica e geopolitica dei cambiamenti in corso nelle ultime ore.
Il Venezuela è in assoluto il Paese del mondo con i maggiori giacimenti di petrolio, parliamo di quasi il 20% del greggio del mondo, poco più dell’Arabia Saudita. Rispetto all’Arabia Saudita, però, finora esportava poco più di 1/10 del petrolio, principalmente a causa delle sanzioni statunitensi e in parte anche per l’inefficienza dell’apparato statale che gestiva i giacimenti. Il presidente statunitense Donald Trump ha preannunciato il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti in questo settore con l’invio di tecnici, senza escludere la presenza dell’esercito. È quindi verosimile che le esportazioni di petrolio venezuelano aumenteranno e con quali tempistiche?
“In primo luogo vorrei premettere che il petrolio venezuelano, inteso come fattore chiave, necessita del seguente chiarimento e cioè che gli Stati Uniti hanno bisogno di poter sfruttare anche il petrolio venezuelano in virtù di una situazione di indebitamento pubblico ed estero molto grave e in aggiunta la sempre maggiore difficoltà di mantenere il dollaro come riserva internazionale, come valuta per il commercio internazionale. Fatta questa premessa, teoricamente non si può escludere quanto lei ha appena affermato, anche se il Venezuela, così come l’Arabia Saudita, fanno parte del cartello dell’OPEC e l’organizzazione dell’OPEC per l’appunto definisce delle quote produttive che sono prestabilite. Quindi non dipende soltanto dagli Stati Uniti un eventuale incremento della produzione e delle esportazioni da parte del Venezuela. Se così fosse, le tempistiche, a mio avviso, non saranno comunque quelle di breve periodo, anche in virtù della situazione non ancora chiara da un punto di vista politico a Caracas”.
Detto questo, è possibile, in linea generale una possibile diminuzione del prezzo del barile?
“Sì, è possibile. Ma anche questo non è certo, per un motivo molto semplice, cioè perché Trump non da oggi ha dinanzi a sé una seguente contraddizione e cioè da una parte deve soddisfare gli interessi di chi, all’interno degli Stati Uniti ha finanziato la sua campagna elettorale (e qui intendo i grandi produttori petroliferi, grandi produttori di fracking - una tecnica controversa di estrazione di petrolio e gas naturale da rocce profonde n.d.r. - che necessitano di prezzi del barile alti, per poter sostenere questo tipo di produzione). Nel contempo, e qui sta la contraddizione, Trump deve soddisfare gli elettori, soprattutto quelli in periferia delle grandi città che necessitano di utilizzare l’automobile per i loro spostamenti per poter andare al lavoro, che invece necessitano di prezzi alla pompa bassi, quindi di un prezzo del barile basso. Ecco, Trump non da oggi e per tutto il suo mandato, si dovrà muovere all’interno di questa contraddizione, che non sarà facile sanare”.
Quindi in definitiva per gli Stati Uniti quanta importanza ha il fatto di aver messo le mani sul petrolio del Venezuela?
“Da un punto di vista geopolitico è fondamentale e a mio avviso dobbiamo cercare di allargare il nostro orizzonte, perché non si tratta soltanto di una situazione concernente l’America del Nord e l’America del Sud bensì le conseguenze saranno di natura globale, perché vedo nel medio periodo una chiara scelta dell’amministrazione Trump che va anche in funzione anti-cinese. Mi spiego brevemente. Nel corso delle ultime settimane l’attuale amministrazione statunitense non si è mossa soltanto in maniera chiara nei confronti del Venezuela ma anche nei confronti dell’Iran. Guarda caso Venezuela e Iran sono tra i tre principali fornitori di greggio della Cina, il più grande importatore al mondo di greggio con quasi 16 milioni di barili; il principale fornitore è la Federazione Russa. Quasi tutto il greggio esportato dall’Iran e dal Venezuela finisce a Pechino. E quindi è evidente che se da una parte la Cina ha il vantaggio sul tema delle terre rare, dall’altra Trump sta cercando di porre, come rapporto di forza, in contrasto col tema delle terre rare, quello del petrolio e del controllo del petrolio. Anche perché, non dimentichiamolo, il petrolio per arrivare in Cina (intendo quello venezuelano e iraniano), deve essere trasportato con navi che attraversano il Golfo di Malacca, che è sotto il controllo della Marina militare statunitense. Quindi contraddizione sino-statunitense nel breve periodo che rischia di aumentare”.












