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Ucraina, Zelensky sempre più isolato. Quale futuro?

Stretto nella morsa fra Trump e Putin, il presidente ucraino deve anche fare i conti con lo scandalo corruzione che ha portato alle dimissioni perfino il suo braccio destro, Yermak

  • 50 minuti fa
Volodymyr Zelensky

Volodymyr Zelensky

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Di: Stefano Grazioli 

Con le dimissioni di Andrei Yermak, non solo braccio destro di Volodymyr Zelensky ma vero e proprio alter ego del capo dello Stato ucraino, si è definitivamente rotto il cerchio magico che ha retto le sorti del Paese dalle stanze della Bankova, il palazzo presidenziale nel centro di Kiev, dal 2019. Il sistema di potere che ha gestito l’Ucraina prima in tempo di pace, o quasi, visto che la prima guerra nel Donbass è cominciata a dire il vero nel 2014, e poi in tempo di guerra, dall’inizio dell’invasione russa su larga scala nel 2022, è giunto ormai alla fine. Non è certo solo una coincidenza temporale il fatto che la giustizia selettiva abbia colpito Yermak, capo negoziatore nelle trattative per la risoluzione del conflitto e fautore della linea oltranzista, quella del njet ai compromessi con la Russia, proprio nella fase in cui la discussione sul processo di pace è entrata in un momento probabilmente decisivo.

Il crollo progressivo del sistema

Le faide interne a Kiev, quelle tra i poteri forti, autonomi o supportati dai vari circoli occidentali tra Washington e Bruxelles, sono emerse quando la situazione militare è apparsa a tutti ormai irrecuperabile per l’Ucraina, dopo lo smarcamento annunciato e concretizzato da Donald Trump e l’abbandono fattuale da parte dell’Unione Europea e dei Paesi volenterosi, che al di là della propaganda negli ultimi mesi hanno ridotto drasticamente il supporto a Kiev, come illustrato dalle cifre dell’Istituto per l’economia mondiale di Kiel che monitora regolarmente gli aiuti all’Ucraina.

L’accelerazione diplomatica delle ultime settimane, con la rete tessuta fra Washington, Mosca, Kiev e Bruxelles, è solo la conseguenza del peggioramento della situazione sul campo per le forze ucraine e del crollo progressivo del sistema Zelensky. Yermak è solo l’ultimo di una lunga serie di uomini del presidente che nel corso degli anni hanno dovuto fare un passo indietro, coinvolti in scandali di corruzione, veri o presunti; è anche la figura più potente all’ombra della Bankova, il simbolo di quella nuova leadership, quasi un tandem, che era stata eletta per trasformare il Paese, affrancandolo dalle strutture oligarchiche e liberandolo dalla grande piaga della corruzione.

Il ruolo della giustizia selettiva

L’invasione russa ha però mostrato come Zelensky e il suo team siano rimasti bloccati sugli stessi schemi di sempre, e non è una sorpresa che i casi più clamorosi di malaffare abbiano interessato settori cruciali come quello militare o quello energetico, facendo cadere teste illustri, inizialmente da quella del ministro della Difesa Olexey Reznikov, a quelle poi dei fedelissimi del capo dello Stato come Timur Mindich o appunto Yermak, solo per citare gli esempi più recenti. Zelensky è ora un presidente forse più che dimezzato, costretto con le spalle al muro dagli organi anticorruzione Nabu (Ufficio nazionale anticurruzione) e Sap (Procura speciale anticorruzione), ufficialmente indipendenti, ma anche strumenti di quella giustizia selettiva che in Ucraina ha comunque avuto in ogni tempo un peso politico decisivo.

All’inizio degli anni Duemila era stato il presidente Leonid Kuchma a tentare di far mettere in galera Yulia Tymoshenko, poi eroina della Rivoluzione arancione nel 2004, e finita in seguito sul serio a lungo dietro le sbarre sotto Victor Yanukovich; lo stesso Zelensky ha cercato di mettere fuori gioco il suo predecessore Petro Poroshenko, accusandolo di alto tradimento, salvo poi congelare i procedimenti a causa dell’inizio del confitto nel 2022. Con l’andamento della guerra in senso negativo, per colpa anche delle tattiche errate del duo Zelensky-Yermak e del comandante supremo Olexandr Syrsky, le lotte interne sono tornate quindi allo scoperto e gli uomini della Bankova sono diventati bersagli facili della giustizia, che a Kiev non è mai stata bendata, ma ci ha sempre visto benissimo.

Il futuro di Zelensky

Per Zelesky, stretto nella morsa fra Donald Trump e Vladimir Putin, il quadro si complica ancora di più e il rischio adesso è che il castello crolli molto più rapidamente di quanto lui stesso potesse aspettarsi: il presidente si ritrova sempre più isolato, con il fiato della giustizia sul collo e il pericolo di essere colpito direttamente da Nabu e Sap, che se non fanno gli interessi di chi dentro e fuori l’Ucraina vorrebbe un cambio veloce alla Bankova, quanto meno ne stanno soddisfacendo le speranze. Non è un segreto che l’amministrazione Trump ha da sempre considerato il presidente più un ostacolo a un possibile “deal” che non un alleato imprescindibile; allo stesso modo le cancellerie europee paiono essere entrate nell’ordine d’idee che il conflitto non potrà terminare senza concessioni alla Russia: una leadershio più accondiscendente a Kiev farebbe insomma comodo a tutti, anche per il cambio di narrazione diventato ormai obbligato.

Ecco perché il futuro di colui che è stato considerato un eroe per almeno due anni, almeno sino alla fallita controffensiva del 2023, da quando l’iniziativa sul terreno è stabilmente in mano alla Russia, avanzata successivamente nel Donbass grazie anche alla disastrosa operazione voluta dalla Bankova e condotta da Syrsky nel Kursk, è ora molto incerto. Le promesse mancate di riconquista dei territori perduti, unite agli scandali che hanno decimato il suo gruppo di potere, lo hanno reso molto vulnerabile e sarà difficile vederlo protagonista dopo l’eventuale transizione del processo di pace e le elezioni, presidenziali e parlamentari, che saranno un appuntamento fondamentale, quando arriveranno, per la ridistribuzione degli equilibri nell’Ucraina postbellica.

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Ucraina: rimpasto di governo

Telegiornale 28.11.2025, 20:00

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