“L’Iran è stato sottovalutato (e non parlo di armi etc.). Hanno sottovalutato l’intelligenza di questo popolo e anche l’intelligenza del regime. Non serve a nulla assassinare anche centinaia di politici, di generali, comandanti e così via... perché il sistema è gerarchico”, così Tamara Albertini, professoressa di filosofia ed esperta di Islam all’Università delle Hawaii, intervistata a Prima Ora della RSI. “Ali Khamenei, anche se non lo troviamo tanto simpatico, è stato molto, molto intelligente. Ha fatto in modo che, anche se una sezione del Governo viene decapitata, ci siano sempre almeno cinque persone pronte a continuare il lavoro. E vediamo che questo funziona. Dunque è un sistema interessante. Gerarchico, sì, però con tanti istituti, dipartimenti, che sono capaci di reggere anche indipendentemente. E per questo non vedo che il regime crollerà adesso. Un giorno? Forse”, sottolinea Albertini, originaria di Mesocco, dove spesso torna.
L‘intervista del 2006 a Mohammad Khamenei
Nel 2006 Tamara Albertini, che conosce bene anche l’Iran, era riuscita a entrare in contatto con Mohammad Khamenei, uno dei fratelli di Ali Khamenei (l’ex guida suprema dell’Iran, ucciso dai bombardamenti degli Stati Uniti e di Israele). Ed era anche riuscita a intervistare Mohammad Khamenei. Come ci era riuscita?
“Grazie a due conferenze, una nel 1999 e l’altra nel 2004. Mohammad Khamenei faceva parte del campo di Mohammad Khatami, che è stato presidente dell’Iran dal 1997 al 2005. Già da questo faceva vedere che non era sulla linea di suo fratello. I rapporti sono sempre stati molto rispettosi, però lui politicamente aveva un’altra visione per l’Iran. A un certo punto Khatami decise di organizzare una grande conferenza per gli studiosi (alla quale voleva anche giornalisti e artisti dell’Ovest), con più di 300 filosofi del mondo intero. Tanti dei miei colleghi mi dissero: “non andare in Iran, è pericoloso”. Però mi sembrava importante andarci e mostrare solidarietà”.
“L’isolamento dell’Iran è forzato, non volontario”
Nell’intervista realizzata nel 2006 da Tamara Albertini, Mohammad Khamenei aveva dichiarato: “L’isolamento di cui parlate non è volontario, è forzato. Nessuna nazione si imporrebbe mai l’isolamento. La psicologia sociale agisce in questo modo: quando una società è libera, agisce. Immaginate un gruppo di persone interessate al giardinaggio, alle aiuole, ai fiori. Se però poi, ogni volta che escono, qualcuno tirasse loro delle pietre e dicesse loro che devono assolutamente comportarsi in un determinato modo, a nessuno andrebbe più di uscire. E allora che farebbero? Entrerebbero in casa, si siederebbero e direbbero: “Signori, lasciateci in pace”. E così quel giardino e quel frutteto si svuoteranno. È normale. La psicologia sociale dipende dall’ambiente”.
Vent’anni dopo con che orecchie riascolta questa intervista? Come la ripercorre?
“All’epoca non avevo capito tutto quello che diceva fra le righe. Adesso, ascoltando di nuovo, mi accorgo che per lui si trattava veramente di fare un commento senza politicizzare, però riuscendo lo stesso a parlare di politica. L’isolamento per lui era una cosa terribile, perché non vedeva nessuna soluzione. Diceva che era un’isolamento imposto da fuori e questo non aiuta, perché blocca tutti. Per questo ha usato la metafora del giardinaggio, che è molto semplice, però molto bella”.
Il dissidente silenzioso
Lei poi è rimasta in contatto con Mohammad Khamenei? In questo periodo storico particolare è riuscita a entrare di nuovo in contatto con lui?
“Negli ultimi due anni non ha più risposto direttamente, perché lui è una persona molto importante. Non ha potere politico, però è lo il fratello maggiore. Allora come si fa? Si scrive all’Istituto per la filosofia islamica, la ricerca e il dialogo tra civilizzazioni (che ha fondato lui). Poi qualcuno risponde e dopo qualche giorno di solito, in passato, rispondeva anche lui. Però, negli ultimi due anni, non ho ricevuto risposta e devo dire che lo capisco. È un momento molto critico. E ha preferito rimanere in silenzio. Forse è un tratto del suo carattere, perché io lo vedo come il dissidente silenzioso della sua famiglia. Ci sono altri ribelli. Come la sorella, Badri Khamenei, che critica e parla in pubblico. Suo marito è stato messo in prigione. E c’è la figlia di Badri, dunque la nipote dal grande ayatollah, che ha scritto cose provocanti. Anche lei è stata in prigione più volte. Voleva che la regina Farah Diba tornasse in Iran. Una cosa che non si deve dire. C’è un altro nipote, a Parigi, anche lui molto ribelle. Però Mohammad Khamenei lo vedo silenzioso. Lui ha un altro modo di esprimersi: è un filosofo e penso abbia questa convinzione di aiutare una trasformazione più lenta, con più sapienza e con più dialogo”.
La situazione oggi
Lei ha parlato della filosofia che crea ponti, che è quella che l’ha portata anche nel 2006 in Iran per questa intervista. Oggi ha contatti con colleghi, ad esempio in Iran, per capire qual è la situazione che vivono in questi giorni?
“Come si può immaginare ci vuole tanta cautela e prudenza: non vorrei metterli in una situazione critica. Dunque non chiedo com’è la situazione politica. Chiedo: come state? Come va la famiglia? Siete in un posto dove vi sentite protetti? Fino alla settimana scorsa ho ricevuto risposte. Abbiamo un amico che è giornalista; se n’è andato da Teheran per motivi ovvi. Un altro studioso che conosco molto bene, che conoscevo già quando stava facendo la sua ricerca per il dottorato, è andato nel Nord e penso che chi ha ancora parenti nelle province scappa da loro, perché lì di solito si è più protetti”.









