Assange negli Stati Uniti?

Lunedì mattina l’attivista australiano scoprirà se è stata accolta la richiesta per la sua estradizione

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Serpeggia pessimismo, ma non rassegnazione, nel team legale di Julian Assange. Alla vigilia della sentenza della Old Bailey, che stabilirà se il fondatore di Wikileaks dovrà essere estradato negli Stati Uniti, in pochi credono in un verdetto favorevole. Nel corso del processo, iniziato lo scorso febbraio e interrotto ripetutamente a causa della pandemia da coronavirus, la difesa dell’attivista australiano ha denunciato a più riprese le presunte ingerenze e pressioni esercitate dalle autorità statunitensi. Ma la sentenza odierna, qualsiasi essa sarà, è destinata a rappresentare solo la prima tappa di una lunga e incerta maratona legale, che potrebbe giungere fino alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

D’altronde il caso Assange, a prescindere dalle sue implicazioni strettamente legali, è già un’eccezione: per la prima volta un giornalista è stato incriminato con l’Espionage Act, una legge approvata dagli Stati Uniti del 1917 per punire chi passava informazioni segrete al nemico. Perché se i difensori di Assange invocano la libertà di stampa, per Washington l’attivista australiano è una spia, al soldo di nazioni ostili.

 
Lorenzo Amuso
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