L’Iran si sta dimostrando un nemico resiliente da sconfiggere, un abile negoziatore che ha trovato nello stretto di Hormuz un’arma potente che sta tenendo in scacco gli Stati Uniti. Nel Paese c’è un’impressione diffusa di aver vinto la guerra, ma è davvero così? Una domanda che SEIDISERA ha rivolto a Francesco Strazzari, professore di relazioni internazionali a Pisa.
Per ora, non ci sono vincitori
“La definizione di vittoria in questa guerra è tutt’altro che evidente, da un punto di vista sia statunitense che iraniano. Certo, se si guarda al fatto che gli iraniani hanno messo lo stretto di Hormuz al centro di una battaglia di doppio strangolamento sull’economia mondiale, salvando in qualche misura il regime, è un dato di fatto che hanno resistito a una pressione militare enorme. La realtà è che nel rifiuto statunitense di andare a Islamabad per il secondo round per provare a sbloccare, proprio a partire dallo Stretto, la situazione, c’è la convinzione da parte di Washington che le divisioni interne al regime vadano approfondendosi. Prova ne sia il fatto che il capo delegazione si è dovuto dimettere la scorsa settimana e che in qualche misura il tempo non giochi così a vantaggio degli iraniani come sembrava da un punto di vista puramente militare”.
A SEIDISERA, è stato intervistato anche il giornalista franco-iraniano Siavosh Ghazi, che da Teheran condivide la sua testimonianza. “La sensazione generale ora è che l’Iran abbia vinto questa guerra. Ha resistito per 40 giorni contro la più grande potenza militare del mondo - gli Stati Uniti - e la più grande potenza militare della regione, Israele. Nonostante la morte della Guida Suprema e di decine di leader, il Governo resta al potere, la gente è convinta che non ci saranno altri bombardamenti. L’Iran controlla lo stretto di Hormuz e potrebbe chiudere anche l’ingresso del Canale di Suez, con un impatto troppo grande sulle economie occidentali, soprattutto perché nell’emisfero nord è periodo di semina. I fertilizzanti passano da qui e non devono diventare troppo costosi. Anche questo, secondo gli iraniani, proteggerà il Paese da un’altra guerra.
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Le possibili mosse di Trump
A questo punto quali carte possono giocarsi gli Stati Uniti? “Sicuramente sono a corto di opzioni strategiche dal punto di vista militare”, spiega Strazzari. “Potranno cercare sortite, colpire l’isola di Kharg dove avviene lo storage e il petrolio, potranno continuare a premere sul mondo delle criptovalute a cui si lega una parte dell’economia di resistenza iraniana. Potranno consumare con il tempo la miccia della pazienza, su cui però gli iraniani contano di avere qualche elemento di vantaggio perché non si misurano con un problema di consenso interno”.
Un costo umano enorme
Con Francesco Strazzari, viene sollevato anche il tema delle vittime causate da questi due mesi di guerra: “Dal primo giorno, all’uccisione di 160 bambine di cui nessuno si è assunto la responsabilità, c’è un problema di un costo umano enorme che riguarda la popolazione iraniana, che si trova dopo due mesi in una condizione molto peggiore di quella in cui si trovava nel momento in cui ha iniziato, con cicli di rivolta, a segnalare la propria indisponibilità a vivere sotto il giogo del regime dei Mullah”.
Il giornalista Siavosh Ghazi torna con la mente a episodi drammatici di cui è stato testimone: “Scene che ho potuto vedere di persona, drammatiche. Ci sono stati molti “double tap”, i doppi attacchi, ossia quando un primo missile colpisce un bersaglio, la gente va a soccorrere chi è intrappolato sotto le macerie e qualche minuto dopo arriva un secondo missile più potente. Davvero sconvolgente”.
“La città ha cambiato volto”
Da Teheran, Ghazi racconta anche di una città trasformata. “A 20 giorni dalla fine della guerra la vita è praticamente tornata alla normalità. I negozi hanno riaperto, i caffè sono pieni e anche i ristoranti. Posti di blocco e checkpoint sono spariti, eccetto in alcune piazze dove c’è ancora la polizia. Ciò che spicca è la totale liberalizzazione dell’abbigliamento femminile: ci sono molte donne e ragazze che camminano vestite in perfetto stile occidentale, senza velo e la polizia non interviene. La città ha cambiato volto”.
A gennaio i rapporti fra una parte della popolazione e le autorità erano però molto tese. Come si spiega quindi questa libertà concessa alla popolazione? “Credo ci sia bisogno di unità nazionale. Nei primi giorni di guerra c’erano persone che applaudivano e sostenevano i bombardamenti, ma sono diminuite. Sono state distrutte molte infrastrutture civili, fabbriche, centri farmaceutici e scuole e questo ha provocato una forte reazione da parte della popolazione. Ha portato a una mobilitazione contro la guerra e a sostegno del governo”, conclude il giornalista franco iraniano.
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