La cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro solleva interrogativi rilevanti sia sul piano giuridico sia su quello del diritto internazionale. La Casa Bianca ha precisato che l’operazione va intesa come un’azione di polizia finalizzata all’arresto di una persona incriminata, e non come un intervento militare.
Una distinzione che, almeno dal punto di vista del diritto statunitense, potrebbe reggere. Lo sostiene Clark Neily, esperto di studi giuridici presso il Cato Institute, think tank di orientamento liberale. Il distinguo, spiega l’esperto, è plausibile “almeno per quanto riguarda la questione della presenza di Maduro in un tribunale statunitense per affrontare un’incriminazione penale”.
Neily richiama un precedente storico preciso: “L’arresto e la consegna alle autorità statunitensi di Maduro ricordano da vicino il caso di Manuel Noriega”, l’ex leader panamense arrestato nel 1989, processato negli Stati Uniti e condannato a una lunga pena detentiva per traffico di droga.
Come allora, anche nel caso venezuelano è prevedibile che la difesa sollevi obiezioni di principio. “Possiamo aspettarci che Maduro faccia valere gli stessi argomenti di Noriega”, afferma Neily, “in particolare l’illegittimità dell’arresto e l’immunità derivante dal ruolo di capo di Stato”. Argomentazioni che, nel caso Noriega, “furono respinte in blocco in tribunale”, e che potrebbero subire la stessa sorte. “Non stiamo parlando di certezze”, precisa l’esperto, “ma solo dello scenario più probabile”.

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Un pericoloso precedente?
Sul piano internazionale, la reazione è stata invece nettamente critica. L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha definito la cattura di Maduro una violazione del diritto internazionale. Un giudizio condiviso dall’esperto: “Non ci sono molti dubbi sul fatto che l’operazione abbia violato in modo evidente la Carta delle Nazioni Unite, di cui gli Stati Uniti sono firmatari”. A suo avviso, “si è trattato dell’uso della forza militare contro una nazione sovrana, senza autorizzazione e in mancanza di plausibile motivo di autodifesa”.
Un precedente pericoloso, a detta di molti: ora anche altri si sentiranno legittimati all’utilizzo della forza in barba al diritto internazionale, sostengono. La lettura di Neily è più prudente: “È più accurato affermare che quanto accaduto rafforza un precedente”. In passato, osserva l’esperto, “gli Stati Uniti hanno già fatto ricorso alla forza in maniera unilaterale e i tribunali hanno sempre dato ragione all’esecutivo”.
Resta però un’evidente asimmetria, che Neily riconosce. “Se un qualche Paese facesse agli Stati Uniti o a un nostro alleato ciò che abbiamo fatto noi al Venezuela, tutti parlerebbero di atto di guerra”.
SEIDISERA del 06.01.2026 - L’intervista ad Andrea Carati, professore di relazioni internazionali all’Università statale di Milano, di Nicola Lüönd
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Le accuse statunitensi riusciranno a essere provate?
Un altro punto chiave riguarda il processo penale. Maduro è stato accusato di narco-terrorismo e traffico di droga, accuse che pongono difficoltà probatorie specifiche. “Quando un individuo si trova al vertice di una struttura criminale”, spiega Neily, “il suo ruolo tende a essere defilato”. È improbabile, aggiunge, “che un capo di Stato si metta a caricare sacchi di cocaina su un aereo” o che abbia “diretto contatto con il denaro generato dall’attività criminale”.
L’accusa, in tal caso, dovrebbe fondarsi su testimonianze interne. “Sembra che il Dipartimento di Giustizia disponga di diversi collaboratori chiave, persone pronte a testimoniare contro l’imputato in cambio di un qualche beneficio”. L’atto d’accusa è definito “molto circostanziato” e, se le accuse formulate sono corrette, “ci sarà inevitabilmente una qualche scia di denaro”. In tal caso, conclude Neily, “per Maduro sarà difficile evitare una condanna”.

Maduro incarcerato a New York in attesa di giudizio
Telegiornale 04.01.2026, 20:00









