Al CHUV di Losanna sono ancora ricoverate dieci vittime della tragedia di Crans Montana, con ustioni che coprono dal 50 all’80% del corpo. “Il problema è duplice: da una parte la pelle ustionata, dall’altra la malattia sistemica che colpisce tutto l’organismo”, spiega Yves Harder, primario di chirurgia ricostruttiva, intervistato da Falò..
Il percorso inizia con la doccia idroterapica, racconta Karim Al-Dourobi, capoclinica. “Immergiamo i pazienti in acqua a 37-40 gradi, li laviamo e rimuoviamo i detriti e i batteri. Poi, se le ustioni sono profonde, apriamo la pelle fino al tessuto sottocutaneo per permettere la circolazione”. Dopo la stabilizzazione, si procede alla rimozione del tessuto necrotico e ai primi innesti di pelle autologa.
“Ma quando il 70-80% della superficie è ustionata, non c’è abbastanza pelle sana da prelevare”, aggiunge il professor Harder.
Quando non basta la pelle del paziente, entra in gioco la tecnologia: “Preleviamo un piccolo pezzo di pelle sana, lo inviamo al laboratorio e dopo 2-3 settimane riceviamo dei ‘fogli’ di nuovo derma che possiamo trapiantare”, continua Harder.
Nel frattempo, i chirurghi utilizzano derma artificiale di origine animale per proteggere le ferite e preparare il terreno agli innesti definitivi. “Questi substrati riducono il rischio di infezioni e migliorano la cicatrizzazione”, puntualizza Al-Dourobi.

Yves Harder, primario di chirurgia ricostruttiva
Il laboratorio che coltiva pelle
Il cuore di questa innovazione è il Centro di Produzione Cellulare (CPC) del CHUV, un laboratorio certificato Swissmedic, tra i più efficienti in Europa, che ha aperto le porte alle nostre telecamere.
“Questa mattina abbiamo ricevuto una biopsia di 10 cm² di pelle sana prelevata da uno dei feriti di Crans Montana”, racconta Stéphanie Droz-Georget, responsabile della produzione. “La trattiamo in camera bianca, isoliamo le cellule e le lasciamo moltiplicare. In un paio di settimane otteniamo colture confluenti e possiamo produrre un lotto di 45 foglietti, abbastanza per coprire una schiena”.

Stéphanie Droz-Georget, responsabile della produzione
Il vantaggio è enorme: “Si tratta di cellule staminali del paziente stesso, che permettono il rinnovamento della superficie trattata’, spiega la biologa, che sta lavorando a ritmi serrati, insieme a tutti i colleghi e le colleghe, per rispondere alle richieste dei chirurghi per i feriti di Crans Montana. ‘Siamo l’unico centro in Europa in grado di produrre così tanti fogli in così poco tempo”, sottolinea la responsabile.
“L’applicazione è delicata”, sottolinea il dr Al-Dourobi. “Le cellule arrivano su piccole compresse immerse in liquido nutritivo: bisogna maneggiarle con estrema cura e immobilizzare il paziente per 7-10 giorni affinché si integrino”.

Karim Al-Dourobi, capoclinica
La ricostruzione
Dopo mesi di interventi e riabilitazione, l’obiettivo non è solo la sopravvivenza. “Oggi non guardiamo più solo alla funzionalità, ma anche all’estetica”, sottolinea il dottor Al-Dourobi. “Ricostruiamo per unità estetiche: fronte, naso, mento, regione peribuccale. Lo stesso vale per le mani: dita, palmo, polso. Ogni segmento viene trattato separatamente per restituire armonia e movimento”.
L’obiettivo è duplice: garantire la massima mobilità e ridurre le cicatrici visibili, perché per un giovane, tornare a guardarsi allo specchio senza sentirsi segnato, è importante quasi quanto poter piegare un gomito o afferrare un oggetto.










