Mosaico d'Ulisse e le Sirene
Mosaico d'Ulisse e le Sirene (Museo del Bardo a Tunisi, III sec.)

Esodo o odissea?

Questo è il dilemma: partire pensando di tornare o partire senza ritorno?

di Mattia Cavadini

Esodo o odissea? Quale dei due archetipi si presta meglio ad aiutare chi per scelta o per costrizione si trova a vivere lontano dal suolo natio? Il quesito non è affatto peregrino, in una contemporaneità segnata da cospicui flussi migratori, da delocalizzazioni aziendali, da distaccamenti coatti, nonché, per converso, da una tendenza crescente all’espatrio volontario.

Chi vive l'esilio come se fosse un’odissea, ovvero con la recondita speranza di fare, prima o poi, ritorno in patria, vive la propria quotidianità con la gioia e con il peso del ricordo. Non è mai presente là dove si trova, ma è costantemente sdoppiato. La sua è una vita surrettizia, interposta, mirante sempre a un altrove, in preda al desiderio di tornare dove si è nati. Costui non gioisce mai pienamente delle attrazioni dei luoghi in cui dimora (diversi e remoti dalla terra da cui è partito); come Ulisse, pur di non cedere al fascino delle Sirene incantatrici, che abitano le terre dell’esilio, preferisce farsi legare all’albero della nave. Vive insomma il proprio viaggio con un costante senso di mancanza, con l’idea di aver perso la patria, lacuna che lo lacera e gli impedisce la pienezza del momento. Il solo premio, cui ambisce, è il ritorno e la speranza di ritrovare tutto come l’aveva lasciato: la casa, gli affetti familiari, il cane fedele che lo riconosca. Il problema, però, come insegna l’Odissea, è che, dopo anni di lontananza, l’esule che fa ritorno in patria non ritrova né la sua terra, né la sua casa e nemmeno ritrova se stesso. Riconosce tutt’al più qualche angolo, qualche scorcio di paesaggio, ma i luoghi sono cambiati, laceri, abbruttiti. Qualcuno si ricorda di lui, ma i più l’hanno dimenticato. I giovani non sanno nulla della sua storia, e nemmeno la vogliono ascoltare. Se l’ascoltassero, non la capirebbero, perché chi resta ha una mente puerile, timorosa e casereccia. Chi resta vive all’interno di confini morali sicuri ma ristretti, e la sua curiosità è soffocata dalla paura, dalla pigrizia e dall’inerzia. Pochi giorni dopo aver fatto ritorno in patria, l’esule avverte il desiderio di ripartire, per non tornare mai più. Ma non ne ha le forze. Resta così nel luogo natio, straniero in patria, ancor più di quanto non lo fosse all’estero.

La storia dell'esodo
La storia dell'esodo (Marc Chagall)

Chi, invece, vive l’esilio come se fosse un esodo, per contro, cammina e si prodiga alla ricerca di una nuova casa. Anche se sente il desiderio di tornare indietro, perché il cammino è faticoso (perché prova malinconia, perché sente di allontanarsi dai ricordi, dai legami e dalle amicizie con le quali ha iniziato la sua vita), ciononostante non si ferma, va avanti, finché non arriva in una nuova terra in cui dimorare, libero dai mali che soffriva nel luogo da cui si è allontanato. Qui ha inizio una nuova vita, e anche una nuova identità, perché la persona che vi si è insediata non è la stessa che ha iniziato il viaggio, ha acquisito nuove conoscenze, ha scoperto (resistendo al desiderio di tornare) nuove energie morali e spirituali che non sapeva di possedere.  Grazie a questa trasformazione interiore, l’esule può dare avvio a una nuova vita. La fatica del vivere continua. La terra promessa non è il paradiso, ma il viaggio è finito.

(Codice ‘Speculum humanae salvationis’, 1485-1509)

Il racconto biblico dell’esodo, che descrive l’archetipo del viaggio che culmina in una terra nuova, implicando al contempo una trasformazione interiore, sembra dunque offrire maggiori garanzie a chi si trova a dover (o voler) vivere in una condizione d’esilio.  Non è d’altronde un caso che questo archetipo abbia ispirato nei secoli tante esperienze di emancipazione collettiva dall’oppressione e dalla schiavitù. Nel caso di migrazioni individuali questo archetipo viene spesso dimenticato. Eppure ci sembra offrire un esempio da additare a tutti quegli individui che, per nostalgia, paura e senso di solitudine, si trovano a metà cammino, divisi fra una nuova terra che non trovano e il rimpianto per la vecchia che non sanno dimenticare. A costoro, insieme al racconto biblico dell’esodo, ci piace indicare un’altra regola d’oro che occorre tener presente durante il viaggio: quella di non voltarsi mai indietro. La Bibbia ha racchiuso questo insegnamento di saggezza in un’immagine potente: quella della moglie di Lot, che guarda indietro Sodoma in fiamme e Dio la trasforma in una statua di sale. Anche Ovidio offre un’immagine lacerante del venir meno alla promessa del noli respicere, con il mito di Orfeo, il quale, voltandosi, perde l’amata Euridice. In altre parole, se si vuole che l’esodo giunga a buon fine, ovvero che la terra dell’esodo diventi una nuova dimora e una nuova patria, l’esule deve sottrarsi il più possibile alla tentazione di voltarsi indietro. Se, infatti, non frena il desiderio di guardare indietro, di ricordare i luoghi, i profumi, i visi, il colore del cielo e il sapore della terra da cui è partito, egli rimarrà sempre in nessun luogo, sospeso fra mondi lontani, a metà strada fra il qui e l’altrove. Guardare indietro alimenta la malinconia e impedisce di sentire la terra in cui si abita come la nostra. L’esule rischia in questo modo di dar corpo a un ibrido morale: non è più cittadino della terra che ha lasciato e non è ancora, né sarà mai, cittadino del luogo in cui abita.

 

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