Mohammed
Mohammed "Dani" Soudani al lavoro (RSI)

Il primo a vincere fu Soudani

Il regista algerino-ticinese si impose 20 anni fa nella 1a edizione del Premio del cinema svizzero

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Il 2017 è l'anno del ventennale per i cosiddetti Quartz. La definizione ufficiale è Premi del cinema svizzero e ogni anno - un po' come avviene con gli Oscar, i Bafta, i César, i David di Donatello eccetera - stabiliscono le gerarchie di merito della produzone nazionale. Ad assegnare i premi sono i voti dei circa trecento membri dell'Accademia del cinema svizzero.

Questa volta è soprattutto una faccenda tra svizzeri tedeschi e svizzeri francesi, ma pochi forse ricordano che il primo ad aggiudicarsi il premio nella categoria più prestigiosa - quella per il miglior film - nel 1998 è stato il regista algerino-ticinese Mohammed "Dani" Soudani. Allora Soudani vinse a pari merito con Clemens Klopfenstein.

"In realtà non assegnavano ancora un trofeo vero e proprio - ci ha detto - ma mi diedero uno strumento che mi serviva per lavorare. Vincere fu una grande sorpresa e mi cambiai di corsa in macchina per andare a ricevere il premio".

In effetti va ricordato che il trofeo "da mettere sul caminetto", il Quarzo, è stato introdotto solo dieci anni dopo.

Il suo intenso Waalo Fendo si occupava di un tema che è ancora di scottante attualità, quello dell'immigrazione disperata e spesso sfruttata (come nei campi di pomodori del film).

Gli domandiamo di rievocare il film e le emozioni di quella vittoriosa serata del gennaio 1998 (il premio veniva consegnato a Soletta durante le Giornate), ma anche di esprimere un punto di vista sul cinema svizzero di oggi.

"Waalo Fendo racconta la storia dell'immigrazione. La storia di un fratello che scrive da un treno che da Milano lo sta portando a Napoli, dove raccoglie pomodori. Scrive alla madre: bisogna che mandiate mio fratello, così mi aiuta a guadagnare dei soldi e possiamo inviarvi di più. È una vicenda di solidarietà. Racconta la drammaticità di questa gente che parte, non parla la lingua e cerca di fare delle cose solo per sostenere i parenti rimasti giù in Africa"

"È un premio che nessuno si aspettava. Il lavoro è stato fatto con il cuore, avevamo una équipe molto ristretta, non avevamo soldi o budget immensi, però c'era la voglia di raccontare. Come mi ha detto la ministra Dreifuss quando mi ha stretto la mano a Soletta, il film li aveva stravolti, perché c'erano dei personaggi che gridavano e nessuno li ascoltava. Waalo Fendo è quello: l'idea di far parlare delle persone che gridano e nessuno le vuole ascoltare. Addirittura a un certo punto uno vende accendini e gli viene risposto: di quelli ne ho un casino"

"Credo che lo stato del cinema svizzero non sia così male. Il documentario sta superando la finzione. Quando si vive in una paese bisogna trovare storie da raccontare. Non è evidente. Qualcuno mi ha detto che bisogna leggere le vecchie storie che si raccontavano ai nostri bambini, così uno ne fa un film ed è sicuro di avere pubblico, perché si ritorna al passato. Io credo molto al documentario e i documentari svizzeri sono forti, vanno lontano.

Nella fiction c'è stata la sorpresa fantastica di Ma vie de courgette, che ho visto con piacere. Credo faccia anche riflettere i cineasti su come uscire dai sentieri battuti e su come integrare il mondo nei nostri film svizzeri"

Per l'edizione 2017 della cerimonia, prevista a Ginevra il 24 marzo, gli organizzatori hanno chiesto a Soudani di andare sul palco a premiare il vincitore della categoria "miglior documentario". Il suo Waalo Fendo invece fa parte de

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Marco Zucchi
 

 

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