L'arte dell'invisibilità

Gli insegnamenti di Yoshi Oida

Esistono innumerevoli pubblicazioni, da quelle recenti ad altre più storiche, incentrate sull'allenamento dell'attore. Ma di solito, diversamente dai libri che propongono una visione del fare teatro (Il teatro e il suo doppio di Antonin Artaud, Per un teatro povero di Jerzy Grotowski, gli scritti di Tadeusz Kantor riuniti in Il teatro della morte), anche se utili i testi che si occupano prettamente della formazione del performer risultano perlopiù noiosi. D'altra parte è normale: leggere un libro di ricette non è come cucinare; meglio, allora, la frequentazione di un buon laboratorio.

Fa eccezione, in questo senso, il bellissimo L'attore invisibile (Bulzoni Editore, 2000) di Yoshi Oida (col supporto di Lorna Marshall). Interprete, regista e didatta, amico di Yukio Mishima e attore di Peter Brook, Oida si è dapprima formato alla scuola del teatro classico giapponese (il Nō, il Kabuki e il Gidayu) per poi, trasferitosi in Europa, partecipare ad una delle più importanti esperienze del teatro di ricerca del Novecento: il C.I.R.T (International Center for Theater Research). Fu attore in spettacoli quali Orghast (1971), La conferenza degli uccelli (1973), Mahabharata (1985) e L'uomo che... (1993). Dal 1975 si dedica intensamente alla regia e alla creazione personale, senza mai abbandonare il lavoro di attore (si ricordano, anche, le sue interpretazioni cinematografiche in I racconti del cuscino di Peter Greenaway e Silence di Martin Scorsese).

L'attore invisibile non si riduce a una serie di esercizi o spunti da cui sviluppare un proprio training. Infatti, nonostante il suo approccio estremamente pragmatico, il libro apre una finestra su una personale filosofia della performance che, da un lato, trova le sue radici nella tradizione del pensiero orientale e, dall'altro, è imperniata su un'esperienza artistica unica, a cavallo tra più culture, sofferta (si legga, anche, l'autobiografico L'attore fluttuante) e assolutamente rigorosa.

Apre il volume un meraviglioso racconto (l'intero testo è costellato di brevi storie, aneddoti, parabole che hanno il sapore dei Koan Zen) in cui Oida rivela la natura del titolo del libro. Bambino, come molti suoi coetanei, il futuro attore era un appassionato di film sui guerrieri Ninja: «potevano arrampicarsi su per una scoscesa parete rocciosa o strisciare a testa in giù su un soffitto. Essi camminavano sull'acqua e diventavano invisibili a comando», scrive. E proprio quest'ultima peculiarità affascinava profondamente il piccolo che, più di ogni cosa, avrebbe voluto saper «sparire magicamente».

Ossessionata dalla continua insistenza con cui affermava di voler svanire, la madre gli propose un gioco: gli fece dono di un sacco dicendo che quello era «il segreto del magico Ninja». Quando il figlio si rincantucciò al suo interno per nascondersi, la donna esclamò: «Dov'è Yoshi? Dov'è sparito?». Felice del suo sacco da uomo invisibile, Oida si divertì a lungo, fino a quando, di fronte a un amico di famiglia, il trucco venne svelato: infatti mentre il bambino se ne stava nascosto e la madre, ripetendo il gioco, chiedeva dove fosse finito, l'ospite disse: «Ma Yoshi è là dentro». Dopo molte lacrime, deluso, il piccolo Oida abbandonò il sacco magico.

Ma non era che l'inizio. In seguito si appassionò di travestimenti: frugando negli armadi di famiglia, con parrucche, maschere e costumi fingeva di essere «cento persone diverse: un signore, un gagliardo samurai, una bellissima ma tragica geisha». Lo scopo era sempre il medesimo: scomparire, non essere più lì, essere invisibile agli occhi degli altri.

L'arte di Yoshi Oida si fonda quindi su un preciso desiderio: l'attore non vuole essere visto, al contrario desidera dissolversi per far sì che «qualcos'altro» prenda corpo sul palco. Ostentare abilità e virtuosismi è perciò contrario all'idea stessa di teatro, poiché la destrezza esibita fa da muro alla scena. Come nel caso dei guerrieri Ninja, l'efficacia tecnica è qui al servizio di una più grande causa. Nel teatro Kabuki si dice esistano due tipi di attori: quelli che, quando in scena indicano la luna, vengono ammirati per l'eleganza del movimento e quelli che invece, semplicemente, col proprio gesto "materializzano" la luna.

Ogni proposta didattica di questo maestro ha un peso umano, filosofico e artistico che mai si distanzia dalla profondità dell'evento infantile che diede il La al suo percorso di performer. L'attore invisibile non è quindi un manuale di recitazione ma, piuttosto, un libro di esercizi artistico-spirituali. Infatti, qui, l'arte teatrale non è concepita come un "prodotto" (termine, purtroppo, sempre più in voga anche nel mondo culturale) ma come una pratica che mira a traghettare il senso del sacro del singolo verso quello di una più vasta comunità.

Daniele Bernardi
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